Chiesa e Stato ai tempi di Luigi XIV
Durante il regno di Luigi XIV, la monarchia era una teocrazia: dopo l’incoronazione di Reims si credeva che il re acquisisse qualcosa di divino e pertanto aveva diritto di amministrare gli affari tra chiesa e stato. Le due istituzioni non erano quindi nettamente divise e gradualmente le stesse circoscrizioni amministrative andarono a coincidere con le divisioni ecclesiastiche al punto che, sul finire del 1600, c’era una perfetta corrispondenza con le parrocchie. La chiesa possedeva inoltre vaste proprietà terriere grazie alle quali percepiva redditi piuttosto elevati. Nonostante ciò, le strutture ecclesiastiche conservavano una giurisdizione indipendente, giustificata dal ruolo spirituale della chiesa, in contrasto con il potere temporale del re.
La Francia: cattolici e protestanti
Dal 1598, con l’editto di Nantes, sia le chiese cattoliche che quelle protestanti continuavano ad esistere legalmente in Francia, sebbene mutate notevolmente dalle guerre di religione: gli ugonotti, sempre meno numerosi, ad esempio, si trovavano indeboliti poiché privati del loro potere militare per ordine di Richelieu, ma restavano fedeli al re, mentre la chiesa cattolica stava subendo radicali cambiamenti, grazie alla riforma apportata dal concilio di Trento. Come hanno evidenziato vari storici, sebbene in modo diverso, le due religioni stavano attuando nuovi metodi che permettevano loro di portare a termine il grande compito di cristianizzare le genti d’Europa.
Si pensò di riunire la chiesa cattolica, che al suo interno viveva numerosi conflitti; numerose erano inoltre le correnti religiose che cercavano di imporre il loro credo, prima fra tutte la corrente gesuita. Oltre alla loro influenza sulla politica ecclesiastica, causata dalla loro presenza a corte in veste di confessori del re, i gesuiti diedero vita ad accesi dibattiti causati dalla loro idea che una fede troppo interiore fosse simbolo di una religiosità primitiva, opponendosi così ai giansenisti, i quali credevano che solo alcuni potevano salvarsi e pertanto il loro credo era di tipo introspettivo. Altre idee dei gesuiti che diedero vita a non poche opposizioni erano quelle riguardanti l’autorità papale: ai gesuiti che rimanevano fedeli al papa in quanto dipendevano direttamente da lui, si opponevano i gallicani, che sentivano già forte il bisogno di indipendenza da Roma ed erano sostenuti dalla monarchia poiché, se la chiesa francese fosse divenuta indipendente, sarebbe stato più vasto il raggio d’azione del re; tuttavia, i gallicani preferivano non entrare in conflitto troppo esplicito con il papato dal momento che questo difendeva il loro ruolo nella gerarchia ecclesiastica, minacciato dal nascere del richerismo, movimento che esaltava l’indipendenza della chiesa a discapito della subordinazione dei vescovi e del quietismo, corrente mistico – spirituale che, nella ricerca di un rapporto intimo ed individuale con il divino, tendeva all’annullamento dell’individuo e di ogni gerarchia.
Lo scontro con Innocenzo XI
Nuovi contrasti si fecero spazio quando il re cercò di cambiare il suo atteggiamento nei confronti di Roma: Luigi XIV si vide costretto ad affrontare il papa in uno scontro riguardo il diritto della monarchia di ricevere le entrate delle diocesi vacanti e conferire nomine ecclesiastiche. Il re aveva dalla sua parte la maggioranza del clero, in quanto, in base ad un concordato stipulato nella sede di Bologna nel 1516, i vescovi erano di nomina regia.
Due vescovi giansenisti osarono protestare e per questo furono condannati dai loro arcivescovi: uno di loro però si appellò al papa Innocenzo XI, che appoggiava il giansenismo e che, scomunicando i due arcivescovi, rese manifesto il suo dissenso nei confronti della politica reale. A ciò il re rispose con un’assemblea del clero dove, insieme ai vescovi a lui favorevoli, si organizzò per sfidare i proclami papali e nel 1682 vennero diffusi quattro articoli da considerare parte della legge francese, che affermavano la posizione gallicana della chiesa. A sua volta, Innocenzo XI si rifiutò di investire i vescovi nominati dal re e così trentacinque diocesi rimasero vacanti.
A risolvere il conflitto contribuirono prima la morte del papa e poi la preoccupazione di Luigi XIV dinnanzi ad una nuova guerra. Uno degli effetti di questo scontro fu il riavvicinamento alla chiesa di Roma, a tal punto che il re assunse posizioni quasi antigallicane.
Il rapporto con i protestanti
Proprio negli anni dei dissidi più profondi con la chiesa di Roma, Luigi XIV scelse di intraprendere la guerra contro gli ugonotti, revocando l’editto di Nantes. In realtà, la presenza ugonotta non era mai stata tollerata fino in fondo, in quanto la maggioranza cattolica temeva il rinnovarsi delle guerre di religione e l’ascesa economica dei ricchi ugonotti. Nel 1663 venne vietata la conversione al protestantesimo e vennero imposte ai protestanti molte restrizioni sia economiche che amministrative. Cominciarono così le dragonnades, ovvero le persecuzioni dei protestanti da parte dei dragoni, secondo molti storici non approvate dal re ma, data la violenza dell’azione repressiva, è impensabile che il re la ignorasse; bisogna tuttavia ricordare che la violenza era accettata poiché il protestantesimo era visto come un’eresia dalla quale difendere le anime dei fedeli. Nel 1685, Luigi XIV emanò l’editto di Fontainebleau, così che il protestantesimo non ebbe più esistenza legale e molti protestanti fuggirono in paesi come Inghilterra e Paesi Bassi che si offrirono come rifugio. Le misure adottate non si rilevarono utili né ad abolire la comunità protestante né a rafforzare l’uniformità religiosa tanto desiderata dal re; provocarono anzi danni economici rilevanti poiché le migliori forze economiche, insieme a quelle intellettuali, andarono ad arricchire i paesi che offrivano loro asilo. La stessa sorte degli ugonotti toccò ai giansenisti, visti come una setta pericolosa a causa della vita che conducevano: essi, infatti, appartenevano a famiglie di aristocratici e preferivano abbandonare i piaceri del mondo per dedicarsi allo studio e alle preghiere in modo da legarsi in maniera personale a Dio, eliminando gli intermediari; fondamentale il ruolo della grazia divina che avrebbe salvato solo pochi eletti, come esplicitato anche nella posizione delle braccia nel crocifisso giansenista (sono rivolte verso l’alto, a voler simboleggiare la via stretta attraverso cui il singolo si avvicina a Dio). Roccaforte del giansenismo divenne il convento di Port Royal dove venivano ospitati anche nobili ed intellettuali simpatizzanti del movimento. Ciò finì col suscitare l’ostilità, oltre che dei gesuiti, anche del governo. I giansenisti si difesero strenuamente e si impegnarono a dimostrare l’infondatezza delle accuse, polemizzando contro i gesuiti (Guerra delle parole). Il re inoltre ordinò la chiusura del convento di Port Royal e nel 1711 lo fece demolire.
Riflessioni
Dal confronto di idee conseguente allo studio del capitolo assegnato è emerso che durante l’età di Luigi XIV si era diffusa in Francia l’idea che un’unica religione doveva essere alla base dell’unità dello Stato e pertanto l’esistenza di numerose correnti religiose non poteva essere tollerata da colui che si presentava come il difensore dell’unità della Chiesa cattolica nel regno, ovvero lo stesso re. Bisogna tuttavia ricordare che Luigi XIV si lasciava influenzare dai suoi ministri, gesuiti, e che non conosceva approfonditamente le questioni teologiche: l’assecondare le varie correnti interne alle chiesa cattolica o il seguire fermamente il papa variava a seconda dell’appoggio che gli avrebbe fruttato in termini di assenso popolare.
Claudia Aricò
Elisa Bologna
Andrea Freddoneve
Francesco Furnari
Sindicazione