14 Dic 2009 - 00:50:50
Studiare Cartesio attraverso Spinoza
Non c'è di meglio che studiare un filosofo attraverso un altro filosofo.
Ecco perché presento qui l'Introduzione dei Principi della filosofia di Cartesio dimostrati in forma geometrica scritti da Baruch Spinoza nel 1662 ed editi l'anno successivo in latino e nel 1664 in nederlandese.
Nell'Introduzione Spinoza sintetizza da par suo la prima parte dei Principia di Cartesio, le prime tre proposizioni della seconda parte e le sei Meditazioni.
La traduzione è tratta da Spinoza, Opere, a cura di F. Mignini, Milano 2007, pp.245-254. Ringrazio Melissa Grasso di II BC per il prezioso lavoro svolto.
Ecco perché presento qui l'Introduzione dei Principi della filosofia di Cartesio dimostrati in forma geometrica scritti da Baruch Spinoza nel 1662 ed editi l'anno successivo in latino e nel 1664 in nederlandese.
Nell'Introduzione Spinoza sintetizza da par suo la prima parte dei Principia di Cartesio, le prime tre proposizioni della seconda parte e le sei Meditazioni.
La traduzione è tratta da Spinoza, Opere, a cura di F. Mignini, Milano 2007, pp.245-254. Ringrazio Melissa Grasso di II BC per il prezioso lavoro svolto.

BARUCH SPINOZA
PRINCIPI DELLA FILOSOFIA DI CARTESIO
PRINCIPI DELLA FILOSOFIA DI CARTESIO
1663
INTRODUZIONE
Prima di accedere alle proposizioni stesse e alle loro dimostrazioni,
è sembrato opportuno mostrare brevemente, in anticipo, perché Cartesio abbia
dubitato di ogni cosa, per quale via abbia gettato solide fondamenta alle
scienze e infine con quali mezzi si sia liberato da ogni dubbio. Avrei redatto
tutto ciò con ordine matematico, se non avessi giudicato che la prolissità
richiesta per farlo avrebbe impedito di intendere debitamente tutte queste
cose, che devono essere viste con un solo sguardo, come in un quadro.
Per procedere dunque nel modo più cauto dell’indagine delle cose, Cartesio si sforzò di:
- deporre tutti i pregiudizi;
- trovare i fondamenti sui quali tutto dovesse essere costruito;
- scoprire la causa dell’errore;
- intendere tutto in modo chiaro e distinto.
Per poter conseguire il primo, secondo e terzo obiettivo, si accinse a
dubitare di tutto, non certo come uno scettico che non si prefigge alcun altro
fine che dubitare, ma per liberare l’animo da tutti i pregiudizi, per trovare
infine stabili e incrollabili fondamenti delle scienze, che, se si dessero, non
potrebbero in tal modo sfuggirgli. Infatti i veri principi delle scienze devono
essere così chiari e certi da non richiedere alcuna dimostrazione, da esser
posti fuori da ogni rischio di dubbio e tali che nulla possa dimostrarsi senza
di essi. E trovò questi fondamenti dopo un lungo dubbio; ma, trovati questi
principi, non fu difficile per lui distinguere il vero dal falso, scoprire la
causa dell’errore ed essere tanto cauto da non assumere qualcosa di falso e
dubbio per vero e certo.
Ma per conseguire il quarto e ultimo obiettivo, ossia per intendere
tutto in modo chiaro e distinto, la sua regola principale fu quella di
enumerare tutte le idee semplici, dalle quali tutte le altre sono composte, e
di esaminarle una a una. Infatti, potendo percepire in modo chiaro e distinto le
idee semplici, senza dubbio intenderebbe con la stessa chiarezza e distinzione
tutte le altre da esse formate. Anticipato così l’argomento, spiegheremo
brevemente in che modo [Cartesio] abbia posto in dubbio tutte le cose, abbia
trovato i veri principi delle scienze e si sia districato dalle difficoltà dei
dubbi.
In primo luogo egli considera tutte le cose che aveva ricevuto tramite
i sensi, cioè il cielo, la terra e simili, e anche il suo corpo: cose tutte che
fino a quel momento aveva pensato esistenti in natura. E dubita della loro
certezza perché, nel frattempo, aveva imparato che i sensi lo avevano ingannato
e nel sogno si era spesso persuaso che esistevano veramente, fuori di lui,
molte cose sulle quali poi aveva scoperto di essersi ingannato; e, infine,
perché aveva udito altri, da svegli, affermare di provar dolore in membra delle
quali erano privi da lungo tempo. Perciò, non senza ragione, poté dubitare
anche dell’esistenza del suo corpo. E da tutte queste cose poté concludere con
verità che i sensi non erano il fondamento più solido sul quale debba
costruirsi ogni scienza poiché di essi si può dubitare, ma che la certezza
dipende da altri principi per noi più certi.
Per investigargli, osserva in secondo luogo tutti gli universali,
quali la natura corporea in generale e la sua estensione, e così la figura, la
quantità ecc., come anche tutte le verità matematiche. E benché queste cose gli
sembrassero più certe di tutto quel che aveva attinto dai sensi, trovò tuttavia
una ragione per dubitarne: altri avevano errato anche riguardo a esse e,
specialmente, aveva una certa vecchia opinione fissa nella mente, ossia che si
dà un Dio onnipotente dal quale egli è stato creato tale quale esiste e che,
forse, aveva fatto sì che egli si ingannasse anche riguardo alle cose che gli
sembravano chiarissime. E questo è il modo con il quale pose in dubbio ogni
cosa.
Per trovare invece i veri principi delle scienze cercò poi se avesse
dubitato di tutto ciò che poteva cadere sotto il suo pensiero, al fine di
esplorare se per caso non fosse rimasto qualcosa del quale non aveva ancora
dubitato. Che se invece, dubitando in tal modo, avesse trovato qualcosa di cui
non potesse dubitare per nessuna delle precedenti né per nessun’altra ragione,
ritenne giustamente che questo dovesse essere stabilito quale fondamento sul
quale costruire ogni sua conoscenza. E sebbene avesse già dubitato di tutto,
come sembrava (aveva infatti dubitato sia delle cose attinte dai sensi sia di
quelle che aveva percepito mediante il solo intelletto), tuttavia qualcosa da
esplorare era rimasto: sé stesso che così dubitava, non in quanto constava di
testa, di mani e di altre membra del corpo, perché di queste aveva dubitato, ma
solo in quanto dubitava, pensava ecc. Esaminando ciò accuratamente, scoprì che
non poteva dubitarne per nessuna delle ragioni precedenti. Infatti, benché egli
pensi o sognando o da sveglio, tuttavia pensa ed esiste; e benché altri o anche
egli stesso avessero errato riguardo ad altre cose, non di meno, poiché
erravano, esistevano; né può fingere un autore della sua natura così astuto che
lo inganni riguardo a ciò: si dovrà infatti concedere che egli esiste, finché
si suppone ingannato. Infine, qualunque altra causa di dubbio si escogiti, non
se ne potrà addurre nessuna che non lo renda al tempo stesso certissimo della
sua esistenza. Anzi, quante più ragioni di dubbio vengono recate, tanti più,
simultaneamente, sono gli argomenti addotti che lo convincono della sua
esistenza. Al punto che, dovunque si volga per dubitare, è costretto nondimeno
a prorompere in queste parole: dubito,
penso, dunque sono.
Scoperta questa verità, trovò anche, insieme, il fondamento di tutte
le scienze e la misura e regola di tutte le altre verità: qualunque cosa venga percepita in modo chiaro e distinto come questa, è
vera.
Che non possa esserci nessun altro fondamento delle scienze che
questo, risulta chiaro più che a sufficienza da ciò che precede. Infatti di
tutte le altre cose possiamo molto facilmente dubitare; di questo mai. In
verità, riguardo a questo fondamento, si deve prima di tutto notare che
l’espressione dubito, penso, dunque sono
non è un sillogismo nel quale la proposizione maggiore è omessa. Infatti, se
fosse un sillogismo, le premesse dovrebbero essere più chiare e più note della
stessa conclusione dunque sono;
perciò io sono non sarebbe il primo
fondamento di ogni conoscenza. Inoltre non sarebbe una conclusione certa,
perché la sua verità dipenderebbe da premesse universali delle quali l’autore
da tempo aveva dubitato. Perciò penso,
dunque sono è una preposizione unica equivalente a questa: io sono pensante.
Si deve inoltre sapere che cosa siamo, per evitare confusione in
seguito (poiché dobbiamo percepire la cosa in modo chiaro e distinto). Infatti,
inteso ciò in modo chiaro e distinto, non confonderemo la nostra essenza con
altre. Dunque, per dedurre questo da ciò che precede l’autore prosegue così.
Richiama alla memoria tutti i pensieri che una volta ha avuto di sé
stesso: che la sua anima è qualcosa di sottile, come il vento, il fuoco o
l’etere, infuso nelle parti più dense del suo corpo; che il corpo gli è più
noto dell’anima e che lo percepisce più chiaramente e distintamente. E trova
che queste cose si oppongono chiaramente a ciò che aveva inteso sin qui; poteva
infatti dubitare del suo corpo, non invece della sua essenza in quanto pensava.
Aggiungi che non percepiva queste cose né chiaramente né distintamente e, di
conseguenza, stando alla prescrizione del suo metodo, doveva respingerle come
false. Onde, non potendo intendere, nella misura in cui si conosceva fino a
quel momento, che tali cose gli appartenevano, prosegue a indagare
ulteriormente che cosa appartenga propriamente alla sua essenza: qualcosa di
cui non aveva potuto dubitare e per cui era costretto ad affermare la propria
esistenza. Tali cose sono: aveva voluto
guardarsi dal cadere in errore; aveva desiderato intendere molte cose; aveva
dubitato di tutto ciò che non aveva potuto intendere; finora aveva affermato
una sola cosa; tutte le altre aveva negato e respinto come false; aveva
immaginato molte cose anche senza volerlo; infine aveva avvertito molte cose
come provenienti dai sensi. Poiché poteva dedurre da ciascuna di queste
cose in modo ugualmente evidente la sua esistenza e non aveva potuto recensire
nessuna di esse tra quelle delle quali aveva dubitato e, infine, tutte potevano
essere concepite sotto lo stesso attributo, segue che sono tutte vere e
appartengono alla sua essenza. Perciò, quando aveva detto penso, venivano intesi tutti questi modi di pensare, cioè dubitare, intendere, affermare, negare,
volere, non volere, immaginare e sentire.
Si deve qui notare anzitutto, perché sarà di grande utilità in ciò che
segue, quando si tratterà della distinzione della mente dal corpo: 1. questi
modi di pensare si intendono chiaramente e distintamente senza bisogno di altre cose di cui [CORREZIONE MIA] ancora si dubita; 2. il concetto chiaro e distinto, che ne abbiamo, viene
reso oscuro e confuso se volessimo ascrivere a essi qualcosa del quale ancora
dubitiamo.
Infine, per divenire certo delle cose di cui aveva dubitato e togliere
ogni dubbio, prosegue a indagare la natura dell’ente perfettissimo e se tale
ente esista. Infatti, quando scoprirà che esiste un ente perfettissimo, dalla
cui forza tutte le cose sono prodotte e conservate e alla cui natura ripugna di
essere ingannatore, allora quel motivo di dubbio, che aveva avuto perché
ignorava la sua causa, sarà tolto. Saprà infatti che la facoltà di riconoscere
il vero dal falso non gli fu data da Dio sommamente buono e verace al fine di
essere ingannato; anzi, le verità matematiche o tutte le cose che gli sembrano
essere evidentissime non potranno essere affatto sospette.
Prosegue, inoltre, per togliere le altre cause di dubbio e indaga
donde derivi che talvolta erriamo. Quando trovò che deriva da questo, che ci
serviamo della nostra libera volontà per assentire anche a quelle cose che
percepiamo in modo soltanto confuso, poté subito concludere che in futuro
avrebbe potuto guardarsi dall’errore prestando l’assenso solamente alle cose
percepite in modo chiaro e distinto. Cosa che ciascuno può facilmente ottenere
da sé stesso, perché ha il potere di costringere la volontà e inoltre di far sì
che venga trattenuta entro i limiti dell’intelletto. In verità, poiché
nell’infanzia ci siamo nutriti di molti pregiudizi dai quali non ci liberiamo
facilmente, prosegue nell’enumerare ed esaminare una a una tutte le nozioni e
le idee semplici dalle quali tutti i nostri pensieri sono composti, al fine di
liberarci da quei pregiudizi, di non accogliere nulla che non sia percepito in
modo chiaro e distinto, di osservare ciò che v’è di chiaro e ciò che v’è di
oscuro in ciascuna idea. Così infatti potrà facilmente distinguere il chiaro
dall’oscuro e formare pensieri chiari e distinti e perciò trovare facilmente
l’effettiva distinzione tra l’anima e il corpo, che cosa sia chiaro e che cosa
oscuro in ciò che abbiamo attinto dai sensi e infine in che cosa il sogno
differisca dalla veglia. Ciò fatto, non poté più dubitare della sua veglia né
essere ingannato dai sensi e così si liberò da tutti i dubbi qui sopra passati
in rassegna.
Tuttavia, prima di terminare questo punto, sembra opportuno rispondere
a quelli che argomentano così: poiché l’esistenza di Dio non ci è nota per sé,
sembra che non possiamo mai esser certi di nessuna cosa; e che Dio esista non
potrà mai esserci noto. Infatti da premesse incerte (tutto abbiamo detto essere
incerto fino a quando ignoriamo la nostra origine) non si può concludere nulla
di certo.
Per rimuovere questa difficoltà, Cartesio risponde così: per il fatto
che ancora non sappiamo se l’autore della nostra origine ci abbia per caso
creati in modo tale che ci inganniamo anche nelle cose che ci appaiono
evidentissime, non possiamo mai dubitare di quelle che intendiamo in modo
chiaro e distinto per sé o mediante ragionamento, almeno finché svolgiamo quel
ragionamento; ma [possiamo dubitare] soltanto di quelle che in passato abbiamo
dimostrato esser vere e di cui può tornarci la memoria, senza che ora
consideriamo le ragioni dalle quali le avevamo dedotte e di cui anzi ci siamo
dimenticati. Perciò, benché l’esistenza di Dio possa esser nota non per sé, ma
soltanto per altro, potremmo tuttavia pervenire a una certa conoscenza
dell’esistenza di Dio, purché prestiamo la più accurata attenzione a tutte le
premesse dalle quali la concludiamo (vedi Principi
I, art. 13; Risposte alle seconde
obiezioni 3 e Meditazione 5,
verso la fine).
Ora, poiché questa risposta non soddisfa certuni, ne darò un’altra. In
ciò che precede, quando parlavamo della certezza ed evidenza della nostra
esistenza, vedemmo che l’avevano dedotta dal fatto che, ovunque volgessimo lo
guardo della mente, non incontravamo alcuna ragione di dubitare che non ci
convincesse, per ciò stesso, della nostra esistenza, sia considerando la nostra
propria natura, sia immaginando l’autore della nostra propria natura come un
astuto ingannatore, sia invocando qualunque altra ragione di dubitare esterna a
noi: cosa che abbiamo scoperto non accadere finora riguardo a nient’altro.
Infatti, benché siamo costretti a concludere, osservando ad esempio la natura
del triangolo, che i suoi tre angoli sono uguali a due retti, non possiamo
tuttavia concludere la stessa cosa dall’essere forse ingannati dall’autore
della nostra natura, anche se da questo stesso deducevamo con tutta certezza la
nostra esistenza. Per la qual cosa non siamo costretti a concludere ovunque
volgiamo lo sguardo della mente, che i tre angoli del triangolo sono uguali a
due retti; al contrario abbiamo trovato una causa per dubitarne, perché non
abbiamo in noi nessuna idea di Dio tale da renderci impossibile pensare che
egli sia ingannatore. Infatti è ugualmente facile per colui che non ha una vera
idea di Dio - e noi abbiamo già supposto di non averla – sia pensare che il suo
autore è ingannatore sia pensare che non lo è; come è ugualmente facile, per
colui che non ha alcuna idea del triangolo, pensare sia che i suoi tre angoli siano
uguali sia che non siano uguali a due retti. Perciò concediamo che –
all’infuori della nostra esistenza – non possiamo essere assolutamente certi di
nessuna cosa, per quanto accuratamente consideriamo la sua dimostrazione,
finché non abbiamo un concetto chiaro e distinto di Dio che ci faccia affermare
che Dio è sommamente verace, così come l’idea che abbiamo del triangolo ci
costringe a concludere che i suoi tre angoli sono uguali a due retti; ma
neghiamo che noi, per questo, non possiamo giungere alla conoscenza di nessuna
cosa. Infatti, come risulta da tutto ciò che è stato detto fin qui, il cardine
di tutta la cosa risiede soltanto nel poter formare un concetto tale di Dio,
che ci disponga in modo da non essere per noi ugualmente facile pensare che egli
sia e non sia ingannatore, ma che ci costringa ad affermare che egli è
sommamente verace. Quando infatti avremo formato una tale idea, sarà eliminata
quella ragione di dubbio intorno alle verità matematiche. Infatti, ovunque
allora volgeremo lo sguardo della mente per dubitare di una di queste, non ci
imbatteremo in nulla che ci impedisca di concludere, come accade per la nostra
esistenza, che essa è certissima. Ad esempio, se consideriamo la natura del
triangolo dopo aver trovato l’idea di Dio, l’idea del triangolo ci costringe ad
affermare che i suoi tre angoli sono uguali a due retti; se poi guardiamo
all’idea di Dio, anche questa ci costringe ad affermare che egli è sommamente
verace e autore della nostra natura e che perciò non ci inganna riguardo a
questa verità. Né ci sarà meno impossibile pensare – quando consideriamo l’idea
di Dio (che supponiamo di avere già trovato) – che egli è ingannatore, di
quanto non sia pensare, considerando l’idea del triangolo, che i suoi tre
angoli non sono uguali a due retti. E, come possiamo formare l’idea di tale
triangolo pur ignorando se l’autore della nostra natura ci inganni, così
possiamo anche rendere a noi chiara l’idea di Dio e contemplarla, pur dubitando
ancora se l’autore della nostra natura ci inganni riguardo a tutte le nostre
conoscenze. E, purché l’abbiamo, in qualunque modo l’abbiamo acquistata, è
sufficiente, come già è stato mostrato, a togliere ogni dubbio. Ciò premesso,
rispondo alla difficoltà sollevata: non possiamo essere certi di nessuna cosa non
già finché ignoriamo l’esistenza di Dio (infatti non ho parlato di ciò), ma
finché non ne abbiamo un’idea chiara e distinta. Perciò, se qualcuno volesse
argomentare contro di me, l’argomento dovrebbe essere questo: non possiamo
essere certi di nessuna cosa prima di avere un’idea chiara e distinta di Dio;
ma non possiamo avere un’idea chiara e distinta di dio finché ignoriamo se
l’autore della nostra natura ci inganni; dunque di nessuna cosa possiamo essere
certi finché ignoriamo se l’autore della nostra natura ci inganni. A ciò
rispondo concedendo la maggiore e negando la minore: abbiamo infatti un’idea
chiara e distinta del triangolo, pur ignorando se l’autore della nostra natura
ci inganni; e purché abbiamo una tale idea di Dio, come ho già dimostrato ampiamente,
non potremo dubitare né della sua esistenza né di alcuna verità matematica.
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