PARMENIDE E DEMOCRITO
di
Valeria Leotta
Parmenide di Elea e Democrito di Abdera, sebbene appartengano a periodi e scuole differenti, presentano diversi aspetti in comune.
Parmenide, principale rappresentante della scuola eleatica, non inizia la sua indagine filosofica partendo, come i suoi predecessori, dall’osservazione dei fenomeni per individuarne un principio ordinatore, ma ricerca e analizza, innanzitutto, ciò che è possibile conoscere con assoluta evidenza e in modo incontrovertibile e, dunque, ciò che veramente è.
Democrito, uno dei primi filosofi pluralisti, muove, invece, dell’esame della dimensione fenomenica.
Così, Parmenide sviluppa la sua dottrina a partire da due principi, il principio di identità e il principio di non-contraddizione, mentre Democrito scopre che, dietro la realtà apparente, ve ne è un’altra più stabile e meno variegata, da cui essa dipende: la realtà del vuoto e degli atomi.
Il principio di identità dice che "l’essere è e non è possibile che non sia”, per cui tutto, secondo Parmenide, è essere.
Secondo Democrito, ogni cosa è costituita da atomi, particelle impenetrabili e indivisibili, dotate di forma, figura, posizione e movimento.
Tutto ciò fa di Parmenide il padre della logica e dell’ontologia, e di Democrito il primo filosofo materialista.
Parmenide, attraverso un processo deduttivo, definisce le caratteristiche essenziali dell’essere da lui concepito: esso è ingenerato e imperituro, quindi eterno; unico, indivisibile e al suo interno omogeneo, e ancora, immobile, immutabile e finito.
Presenta le medesime caratteristiche l’atomo di Democrito, fuorchè il moto e la molteplicità. Infatti, sebbene gli atomi, considerati singolarmente, siano unici, sono anche infiniti per via del vuoto che si interpone tra di essi.
Il principio di non-contraddizione afferma che “l’essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia”; ma il non essere non solo non è, ma non è né pensabile né comunicabile, in quanto noi stessi giungiamo ad esso attraverso un processo di negazione dell’essere, ma non possiamo concepirlo.
Secondo Democrito, invece, il non essere, in qualche modo, esiste, poiché è grazie ad esso che gli atomi esistono e si muovono liberamente in tutte le direzioni; è come se il vuoto avesse frantumato l’essere perfetto concepito da Parmenide.
Entrambi i filosofi, pur partendo da presupposti diversi, ritengono che il mondo dei sensi sia ingannevole: ma, se per Parmenide la realtà sensoriale è solo un’illusione, per Democrito, invece, non esiste una frattura inconciliabile tra la via dei sensi e quella della ragione. Infatti, per il filosofo di Abdera, la piena conoscenza può avvenire per gradi, e un primo stadio vede protagonisti i sensi, che forniscono all’uomo le informazioni qualitative, sia pure soggettive, sulla natura. Proprio riguardo alla percezione sensoriale, Democrito sviluppa un pensiero in base al quale dagli oggetti si separano pellicole sottilissime di atomi, che andando a contatto con gli organi di senso, consentono la percezione.
Per Parmenide, invece, il sentiero delle tenebre, cioè quello legato ai sensi, conduce ad una pseudo-conoscenza, in quanto, come affermava Eraclito, i singoli enti sono e al tempo stesso non sono, immersi nel continuo turbinio dei mutamenti. Pertanto l’unica giusta via che deve essere seguita è quella del giorno, ossia quella della ragione, che porta ad una conoscenza epistemica. Dunque, per Parmenide l’unica facoltà in grado di cogliere il vero essere è il pensiero logico, il che lo porta ad affermare che “è la stessa cosa pensare e pensare che è”.
Secondo Democrito, invece, anche l’anima è fatta di atomi e, quindi, anch’essa è materia.
Un altro punto in cui i due filosofi differiscono nettamente sta nella concezione del cosmo. Per Parmenide tutto è essere, un essere che non scorre nel tempo: il passato e il futuro non esistono realmente. Ciò che è veramente è un eterno presente, in cui tutto è immobile e nulla muta. Secondo Democrito, invece, gli atomi, aggregandosi e disgregandosi, muovendosi in un vortice, danno origine ai mondi in modo aleatorio. I mondi, però, sono soggetti a leggi deterministiche, che sono valide fino a quando essi stessi si disgregano, facendo sì che gli atomi siano nuovamente liberi di formare nuovi mondi, con nuove leggi.
In entrambi non vi è una particolare concezione del divino. Anzi, per Parmenide l’essere stesso è divino e principio di tutto, mentre in Democrito, che vive in una società più moderna e laica, non si riscontrano aspetti religiosi. Egli sviluppa, piuttosto, una dottrina di carattere etico, allo scopo di esortare l’uomo alla tranquillità dell’animo, raggiungibile esercitando soprattutto la virtù della temperanza, ossia dell’agire in modo razionale.
In entrambi è, dunque, implicita la
considerazione che, per innalzarsi alla vera conoscenza, la realtà apparente
deve essere abbandonata, anche se ciò può avvenire in modi diversi. Entrambi i
filosofi hanno dato, comunque, un contributo notevole, non solo alla filosofia
in sé, ma anche alla logica e alla scienza.
ERACLITO – PARMENIDE
di
Cristina Miroglio
Eraclito e Parmenide, due filosofi e due diversi punti di partenza.
Il filosofo efesino, come del resto i suoi predecessori ionici, dà inizio alla sua indagine con l’osservazione della dimensione fenomenica, concentrandosi, in particolar modo, sulle apparenti opposizioni; il filosofo eleatico, invece, non si pone l’obbiettivo di trovare l’archè di tutto, bensì vuole giungere a qualcosa che si possa conoscere con assoluta evidenza.
Le loro indagini filosofiche li portano a due punti di arrivo, connotati da aspetti sia comuni sia divergenti.
Eraclito afferma che sia il pyr il principio di ogni cosa, ovvero un fuoco, paragonabile al nostro odierno concetto di energia, che non è stato creato da nessuno né degli dèi né degli uomini, ma è sempre esistito, un fuoco eternamente vivo che si accende e si spegne “secondo misura”, vale a dire che è soggetto ad una legge deterministica.
Il principio cui giunge Parmenide è l’unico principio che non può essere smentito dai sensi: “l’essere è ed è impossibile che non sia, il non essere non è ed è impossibile che sia”; somma del principio di identità e del principio di non contraddizione.
Sia il pyr sia l’essere parmenideo sono eterni, in quanto ingenerati e imperituri.
Entrambi i filosofi indicano due strade da percorrere al fine di comprendere la realtà, anche se le indicano usando nomi differenti: la strada della ragione è per Eraclito il lògos, per Parmenide il giorno; mentre la strada dei sensi è per Eraclito il pòlemos e per Parmenide la notte. La strada della ragione conduce alla vera conoscenza, la strada dei sensi conduce a una pseudo-conoscenza e al conflitto delle doxai, cioè delle opinioni. E’ possibile riscontrare in quest’ultimo passaggio un elemento di discordanza, infatti nel filosofo efesino vi è una continuità tra i sensi e l’intelletto umano: egli sostiene che pànta rhei, tutto scorre ed è immerso in un continuo mutamento.
Parmenide afferma, invece, che ciò che sostiene Eraclito sia inaccettabile, in quanto sono solo i sensi che ci inducono a pensare che tutto muti. Se realmente fosse così, noi non potremmo conoscere nulla, poiché la conoscenza, per essere tale, deve essere una conoscenza epistemica, salda, immutabile: solo grazie all’intelletto umano e alla ragione possiamo varcare il limite del soggettivo e del mutevole e comprendere la reale verità, del tutto distaccata dai sensi.
E’ convinzione del padre della scuola eleatica che la ragione abbia la capacità di farci afferrare l’essere nella sua totalità e nel suo trovarsi fisso in un eterno presente, visto che il tempo è solo un inganno dei sensi e della memoria. Proprio per questo motivo giunge ad affermare che pensare e pensare che è sono la stessa cosa, non certamente come il pensare sulla base delle informazioni sensoriali, ché in tal caso si tratta unicamente di un’illusione. Partendo dal presupposto parmenideo che il pensiero si possa identificare con l’essere, logicamente ne assume tutte le caratteristiche, tra le quali è annoverata quella dell’immutabilità: l’essere, per mutare, dovrebbe divenire qualcosa di diverso da sé stesso, ma l’unica cosa diversa dall’essere è il non essere, ma il non essere non è e, di conseguenza, l’essere parmenideo risulta immutabile.
Anche Eraclito, in un certo qual modo, dice però qualcosa di analogo, laddove sostiene che, nonostante tutto sia immerso in un incessante mutamento, esiste qualcosa che non cambia mai e cioè il pensiero che tutto scorre.
Pertanto entrambi elaborano una teoria secondo cui il pensare che è, secondo Parmenide, ed il pensare che tutto scorre, secondo Eraclito, non sono soggetti a cambiamenti.
Riprendendo l’argomento riguardante le opinioni, oggetto di riflessione sia per Eraclito che per Parmenide, i due filosofi operano una classificazione del genere umano.
Eraclito distingue gli uomini in desti, coloro che si lasciano guidare dalla ragione e quindi vedono il mondo sotto la stessa luce, e in dormienti, che si lasciano sopraffare dalla sfera sensoriale e vedono il mondo frammentato, a causa delle loro opinioni mutevoli e ingannevoli, infatti nel sonno, cioè nel sogno, ciascuno vive in una sua particolare dimensione che è diversa da quella altrui. Parmenide parla di gente “dalla doppia testa”, in riferimento a coloro che seguono la strada della notte, che li conduce alle doxai, che cambiano continuamente, pertanto non sono mai d’accordo su qualcosa e non capiscono nulla. È forse allora possibile asserire che i dormienti di Eraclito corrispondono alla gente dalla doppia testa di Parmenide.
In conclusione vi sono due frammenti significativi che sintetizzano le dottrine dei due filosofi confrontati: per il filosofo efesino “esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose ”; per il filosofo eleatico esiste l’essere che “non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme, uno, continuo”.
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