La seconda parte dell'analisi è stata pubblicata il 21/02/2009.
Confronto con Labriola e Engels
Prima di esporre la propria
compiuta critica alla filosofia della prassi, Gentile si confronta ancora con
Labriola ed Engels, che accomuna in una visione “positivista” di Marx, la
quale, come abbiamo visto, è da escludere radicalmente (altrimenti si ricaccia
il marxismo fuori dalla filosofia tra le scienze sociali, ma questo per Gentile
è insostenibile).
Labriola guarda più all’Engels
dell’Antidühring che alle dottrine di
Marx, ed Engels non ha inteso pienamente il senso filosofico di Marx. Labriola
sostiene che il marxismo è una “filosofia immanente alle cose su cui
filosofeggia” (Socialisme et Philosophie,
1899), ma per Gentile ciò è proprio in senso lato di ogni filosofia e in senso
proprio della filosofia hegeliana, dove la realtà stessa è filosofia
dispiegata: “Se le cose sono razionali, è chiaro che in esse è immanente una
filosofia” (127).
Il limite di Engels, e anche di
Labriola, è di avere inteso l’hegelismo come una specie di platonismo, come se
l’Idea hegeliana fosse trascendente rispetto alle cose. In nota Gentile riporta
un passo dell’Antidühring (p.9 ed.3,
Stuttgart 1894), che è illuminante: “Hegel era idealista, cioè, per lui le idee
della sua testa non erano già le immagini più o meno astratte delle cose e
degli avvenimenti reali, ma al contrario per lui le cose e il loro sviluppo
erano solo le immagini attuate dell’Idea la quale esiste già prima del mondo,
in qualche luogo” (128).
Marx, invece, non ignora che
Hegel ha superato la contrapposizione tra pensiero e realtà e il suo rovesciamento
dialettico deve essere inteso diversamente da come fu inteso da Engels e
Labriola.
Né Marx fu un positivista che fa
una filosofia dei fenomeni che si presentano accidentalmente: “Anche Marx […]
si riferiva a una realtà essenziale, a una realtà che è al di là dei fenomeni;
e le cose, di cui diceva di aver trovato la dialettica, non eran già tutte le
cose, necessarie o accidentali, di cui la storia ci schiera innanzi l’infinita
schiera fenomenica; ma eran le cose nella loro intima e, dicasi pure,
metafisica sostanza, determinata materialisticamente nella vita economica.
Certo, sfugge dalla rete a grandi maglie di questa realtà metafisica, tanta e
tanta parte della fenomenica; ma questa che sfugge non è razionale, e non è
quindi vera realtà, avrebbe detto Hegel; essa non è economica, e quindi non è
reale realtà, osserverebbe Marx. Perciò egli poteva dire che la storia è
essenzialmente materialistica; e ciò che nella storia non è materiale, dire ideologia e non fatto” (130-131).
Dunque, Gentile riconduce Hegel a Marx e lo sottrae all’abbraccio
positivistico. Hegel e Marx sono identici per quanto riguarda la dialettica,
sono diversi per quanto riguarda il motore dialettico. Per Hegel è l’idea, per
Marx è la materia. Nell’ultima parte
del saggio, il filosofo siciliano proverà a dimostrare che è contraddittorio
porre la materia come motore dialettico, e quindi occorrerà superare Marx
tornando ad Hegel, anzi a Fichte, perché è lì che va realmente a parare
l’attualismo come vera filosofia della prassi.
Non si può non sottolineare che in questa posizione vi è l’idea che la
rivoluzione sia fatta da élites di intellettuali, in qualunque condizione
storica materiale, dal momento che è l’idea che guida il processo e non la
materia. Da un punto di vista storico il Novecento ha dato piena ragione a
Gentile: le rivoluzioni novecentesche – bolscevismo, fascismo, nazismo, gandhismo,
fino alla “rivoluzione” teo-con – sono andate tutte allo stesso modo, guidate
da élites in grado di fare la storia come realizzazione di un’idea. Che poi
queste rivoluzioni fossero qualcosa di molto diverso da ciò che intendeva Marx,
è un altro paio di maniche. Qui è importante sottolineare che Gentile, che
comprende Marx e lo supera, è rivoluzionario. E sa come va la storia…Marx,
invece, lasciato alla dialettica “materialista”, finisce per forza di cose in
ostaggio del capitale, la vera forza materiale della storia, ovvero finisce in
socialdemocrazia via via sempre più pallida ed esangue…
Infine, è chiaro come per Gentile solo in logica ci sono vere leggi
necessarie e universali, mentre le scienze empiriche sono condannate a leggi di
tendenza sempre rivedibili. Perciò, cadono già a priori tutte le obiezioni alla
Popper su hegelismo, marxismo ecc. come
pseudoscienze che forzerebbero i fenomeni ad entrare dentro un quadro teorico
precostituito. Hegelismo e marxismo non hanno mai preteso di essere scienze in
senso empirico. Esse sono filosofie, e non filosofie disincarnate, anzi!, giacché
esse “fanno” la storia. I critici alla Popper non sanno che cosa sia filosofia
in senso forte. Credono che non abbia utilità, anzi la ritengono perniciosa. Ma
non si rendono conto che lo stesso sviluppo empirico delle scienze è guidato da
grandi metafisiche e che sono le grandi metafisiche che fanno la storia in
senso dialettico.
È sorprendente come Engels e
Labriola non si avvedano che la “metafisica” che loro combattono, è la stessa
metafisica combattuta da Hegel e da Marx, la metafisica propria degli
empiristi, che isola i dati del concreto, li astrae, e poi su di essi elabora
una nuova astrazione metafisica. “Gli alberi, dice con una bella immagine
Engels, impediscono di veder la foresta” (136). Ma è proprio quello che già
sosteneva Hegel, completamente frainteso da Engels, secondo Gentile, il quale
riporta un fondamentale passo della Logica
hegeliana: “Al principio exclusi tertii,
che è il principio proprio dell’intelletto astratto, dovrebbesi sostituire il
principio: tutte le cose sono
contraddittorie. Non vi ha infatti, né in cielo né in terra, né nel mondo
dello spirito, né in quello della natura, nulla a cui possa applicarsi il
‘questo’ o ‘quello’ dell’intelletto come tale. Tutto ciò che è, è un essere
concreto, e contiene quindi la differenza e l’opposizione”. (136-137. Hegel, Logica, CXIX.1.2).
Il punto è che Engels e Labriola
vedrebbero che la dialettica è ormai saldamente insediata nelle stesse scienze
empiriche (evoluzionismo darwiniano, ad esempio) e che, infine, il marxismo
costituirebbe la vera scienza empirica e dialettica che disintegra ogni forma
di filosofia astratta. Ma su questo
punto Gentile è in netto contrasto, perché l’annientamento della filosofia e la
sua riduzione a scienza empirica, eliminando la contraddizione, ritorna alla
tanto vituperata astrazione.
Così in biologia l’uomo si
afferma come ultima specie della scala biologica senza sopprimere quelle
sottostanti, e nella vita politica, lo Stato si impone sulla famiglia senza
annientarla:
“Non è in una scienza in cui la
filosofia sia immanente, la soluzione della contraddizione tra scienze
particolari e la filosofia; ma in una forma di filosofia in cui i risultati
delle singole scienze siano inverati; cioè in una filosofia della natura, nel
senso più lato del termine o meglio in ciò che Hegel diceva un’enciclopedia
filosofica” (140-141).
La critica che Labriola e Engels
muovono a Hegel e a tutto l’idealismo, è quella di scarsa attenzione per
l’empiria. Qui Gentile ha buon gioco nello svelare un fraintendimento,
purtroppo molto radicato e duro a morire. E lo fa, addirittura, citando
Schelling. Non siamo noi che conosciamo
la natura a priori, è la natura che è a
priori un tutto organico. La nostra conoscenza non può fare a meno dell’a posteriori dell’esperienza, e
anzi, tutta la conoscenza, non può che essere “empirica”, ma non deve fermarsi
all’empirico, deve risalire tramite esso ai nessi necessari e riconoscerli come
a priori. Da un punto di vista della teoria della conoscenza non si può
conoscere la “categoria” se non nel suo utilizzo empirico. Da un punto di vista
metafisico, la “categoria” non può non essere “prima”, a prescindere
dall’utilizzo empirico, altrimenti non potrebbe nemmeno categorizzare il dato.
Gentile riprende Spaventa, di cui
lamenta il declino nella cultura italiana. Un passo dello stesso Spaventa
risulta illuminante: “Di certo senza l’esperienza non si può avere nessuna
notizia delle cose. Ma ciò che l’esperienza non dà, né può dare, è il nesso, la
relazione o il sistema di tutte le cose. Questo sistema, nel quale consiste la
vera realtà – giacché nessuna cosa è reale, se non nel sistema universale delle
cose – è… l’oggetto della filosofia. I dati dell’esperienza sono molteplici,
sciolti, isolati, sconnessi, e ricevono l’unità – e quindi il vero significato
– soltanto dal pensiero speculativo. E in ciò – in questa sua relazione con
l’esperienza – consiste la originalità
(priorità) del pensiero; giacché non altro che il pensiero è e può essere
quella unità, in cui sola tutte le cose sono reali. Quindi, non l’esperienza,
come pare a prima vista e si giudica comunemente, è la ragione del pensiero; ma
questo è, invece, la ragione di quella. L’esperienza è soltanto la base
temporanea – il punto di partenza negativo – del pensiero;” (146-147; Spaventa,
Principii di filosofia, 1867, pp.
96-97).
Ciò che dà unità e sistematicità
al pensiero marxiano è l’idea che tutto è materia (intesa come prassi). Questo
concetto è riscontrato nei fatti empirici analizzati, ma non è, esso stesso, un
fatto. La categoria non può essere vuota nel suo utilizzo (categoria come
tale), è bensì vuota come concetto, altrimenti Kant non avrebbe potuto parlare
nell’Analitica trascendentale di
questi reine Begriffe. “La categoria
come tale è nel fatto; la categoria-concetto è nella scienza” (151).
Il marxismo, dal punto di vista
filosofico è un monismo. Ogni volta che Marx nel Capitale mostra fatti empirici di carattere economico che spiegano
altri fatti economici, sociali, artistici, religiosi, mostra in azione il
concetto che “tutto è materia”, ma non per questo tale concetto non è isolabile
e concepibile come la vera parte logico-filosofica della filosofia marxiana, né
Il Capitale è l’unica opera dove vi
sia una perfetta integrazione tra il concetto e il fatto.
Infine, un ulteriore
accostamentro tra marxismo ed hegelismo è proposto da Gentile ragionando circa
la questione dell’ottimismo marxista. Conviene dare la parola stessa
all’autore: “Una volta il male degli schiavi era il bene dei padroni; poi il
male dei vassalli fu il bene dei signori; quindi il male dei proletari è stato
il bene dei capitalisti; tempo verrà che questa contraddizione del male che è
bene, e del bene che è male, sarà risoluta… nel bene di tutti; il quale però,
non opponendosi al male, non sarà più veramente il bene, bensì l’unità del bene
e del male. Ma il trionfo del comunismo non sarà già opera dell’eterna giustizia. «Quella benefica
signora non ismuoverà una sola delle pietre dell’edificio capitalistico». Nel
male presente i materialisti trovano appunto le molle dell’avvenire; e questo
attendono dalla ribellione degli oppressi, non dalla bontà degli oppressori.
Che vuol dire tutto ciò? Che ciò che è, deve essere; il reale è essenzialmente
razionale, proprio come diceva Hegel. L’opposizione di bene e male resterà una
contraddizione dell’intelletto astratto, che il pensiero speculativo risolve,
superandola, come ogni altra contraddizione. Il bene e il male non esistono
nella realtà essenziale; ma, come dice Marx, sono ideologie. Materialismo
storico ed hegelismo allo stesso modo, adunque, sorpassano in teoria il punto
di vista pessimistico e l’ottimistico. Ma in fatto sono ambedue sistemi
prettamente ottimisti. Ciò che è dev’essere; la realtà è razionale. Ma intanto
questa realtà, in quanto storia, rappresenta il fatale cammino dello Spirito
del mondo verso la libertà di tutti, in Hegel; o l’ascensione dell’uomo «dalla
immediatezza del vivere (animale) alla libertà perfetta (che è il comunismo)»
(Labriola, op. cit., pp. 83-84)”
(154-155).
Critica della filosofia della
prassi
Ridotto il marxismo ad una forma
speculare di hegelismo, Gentile prova a confutare l’assunto logico che la
prassi sia materia, perché sull’idea che tutto sia prassi, è d’accordo anche il
filosofo siciliano; il contrasto sta nel comprendere qual è il principio della
prassi. “Hegel diceva che l’idea, lo spirito è operoso; e che il suo sviluppo
dialettico è la ragione del divenire della realtà. Marx non fa altro che
sostituire allo spirito il corpo, all’idea il senso: e ai prodotti dello
spirito, in cui consisteva per Hegel la vera realtà (e che per Marx diventano
ideologie), i fatti economici, che sono i prodotti dell’attività sensitiva
umana, nella ricerca della soddisfazione di tutti quei bisogni materiali, cui
Feuerbach aveva ridotto l’essenza dell’uomo” (156-157).
Secondo Marx dalla sensibilità si
formano tutti i gradi superiori dell’intelletto e della ragione; occorre allora
comprendere che cosa sia la sensibilità. Da un punto di vista meramente
psicologico e fenomenologico si può anche accettare che il senso sia creatore.
Sappiamo infatti che le vibrazioni della materia sono trasformate dal senso in
colore o suono. Dunque, il colore o il suono sono un prodotto del senso, il
quale ha una sua capacità creativa. La psicologia può fermarsi qui e dire che
il senso fa il colore, del fatto fisico non si interessa. Ma non è questo il
punto. Il punto è che se il marxismo vuole essere filosofia, e per di più un
materialismo, deve rispondere a questa domanda: che ruolo svolge la materia nel
produrre il colore, nel produrre il suono? Nell’idealismo (a cui Gentile, come
noto, ascrive anche Kant) questo passaggio dall’aposteriori all’apriori è
chiaro, la materia dà il dato sensibile e consente alla categoria di rivelarsi,
ma quando la categoria si accende, sollecitata dal dato sensibile, si scopre
che è essa a dominare e a fare la realtà: “L’idealismo osserva, che i concetti,
le leggi razionali dominano la realtà; e così non vi sono corpi chimici che si
sottraggano ai rapporti matematici delle rispettive formule, né c’è lupo o
cavallo che non sia quadrupede o mammifero […]. Dunque la realtà stessa è come
costruita dalla ragione, che vi si appalesa immanente” (159). L’intelletto è il
positivo, la materia il negativo; lo spirito è la dialettica inscindibile di
soggetto e oggetto. Ora, Marx deve mostrare invece che la materia è il positivo.
Altrimenti si arriverebbe al paradosso di un materialismo che sostiene che per
materia occorre intendere la sensazione e che tutto ciò che è posto al di là
della sensazione è solo astrazione e dunque occorre negare la materia. Un
materialismo che neghi la materia non si è mai visto. Non lo fa nemmeno
l’idealismo!
Si noti che qui Gentile muove una critica analoga a quella che Lenin
muove agli empiriocriticisti e in particolare ai marxisti empiriocriticisti, i
quali sostenevano che la sensazione sia intrascendibile.
Marx potrebbe dire che quella
materia di cui si parla come fornitrice del dato è un’astrazione, che l’unica
realtà è il sensibile stesso e che questo è da considerare “materia”.
Il marxismo, in verità, vorrebbe essere un’antimetafisica e un umanismo
radicali. Per il marxista non si può uscire fuori dell’umano e ogni forma di
metafisica è preclusa. Per il metafisico tradizionale Dio e il mondo sono prima
e al di là dell’umano; per il metafisico idealista le categorie logiche proprie
dell’umano sono considerate quel divino logico che è in sé e per sé, che si
aliena e che ritorna a sé. In fondo, anche per l’idealismo non si esce fuori
dell’umano, solo che in esso si divinizza una parte dell’umano, propriamente il
pensiero, la logica, a cui si subordina l’umano in carne e ossa. Per il
marxista non è possibile uscire fuori dell’umano, ma il motore di ogni cosa è
sempre il senso, che è anche materia, il quale sviluppandosi a seconda dei
bisogni e del loro soddisfacimento in un contesto economico, produce poi tutto
ciò che è ulteriore.
Ora, per Gentile, Marx dimentica
il suo stesso punto di partenza, ovvero che la sensazione si dà sempre in una
relazione intraumana, sociale, che è al di là della sensazione stessa. Nella
società di sensibile ci sono solo gli individui, ma la società stessa è un
organismo, è un nesso, è una relazione, è vincolo etico, è razionalità. Il
punto centrale è che per Gentile la sensazione, da sola, non può spiegare la
società, come non può spiegare nulla. Ad esempio, la sensazione coglie due
individui, ma che ne sa della relazione che intercorre tra di essi? La
sensazione non può che fermarsi agli individui e pertanto è perfettamente
conseguente che nel materialismo classico si neghi la società, si pervenga
all’idea della società come accozzaglia di individui astratti, che è proprio
quello che Marx intende superare con la sua idea di prassi.
“Il materialismo non può vedere
nell’uomo se non l’animale (naturalismo); ma Marx in forza del suo concetto
della prassi è costretto a vedere nell’uomo qualcosa di più che il puro
animale, a vederci per l’appunto… l’uomo, vale a dire l’animale sì, ma
l’animale per natura sua politico, secondo la vecchia espressione aristotelica”.
(161)
Qui, però, ed è il punto centrale della critica di Gentile a Marx, il
filosofo siciliano sostiene che la sensibilità o è ciò che intende l’idealismo
(ovvero da sempre unità di forma e materia e che anche nella sensibilità ciò
che ordina, che crea, al di là dell’impulso è la forma); oppure si deve intendere
la sensibilità nel senso empirista classico, come traccia, come impressione. Ma
l’empirismo sfocia per forza di cose nel materialismo astratto, nel
nominalismo, (nelle sue forme più avvertite nello scetticismo),
nell’individualismo, nel liberismo, nell’anarchismo, che sono proprio quei
limiti che il materialismo marxista ha smascherato nel materialismo classico e
in Feuerbach e che intende superare. Solo che si esclude una possibile diversa
analisi della sensibilità, propriamente marxiana. Occorre dunque approfondire
questo punto: esiste in Marx un’analisi della sensazione che vada al di là di
quella idealista (pensare alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel) e al tempo stesso di quella
empirista?
In ogni caso, la posizione di Gentile è chiara. Marx è valido contro
ogni forma di intellettualismo astratto e la sua è una vera e propria
filosofia, perché è dialettica. Il concetto di prassi è un concetto centrale e
fondamentale. L’errore di Marx sta nell’individuare nel senso (e nell’economia
come conseguenza) il motore della prassi, mentre per Gentile è lo spirito ad
essere operoso. Il senso o è il grado più basso dello spirito che si
ricomprende (e quindi, in sé non è nulla) o è il senso degli animali, incapace
di costituire alcunché di logico, di razionale.
“La radice della contraddizione,
che spunta per ogni verso nel materialismo di Marx, è nell’assoluto difetto di
ogni critica relativa al concetto della prassi applicata alla realtà sensibile,
o alla materia, che presso di lui si equivalgono. Marx non pare si sia curato
menomamente di vedere in che modo la prassi si potesse accoppiare alla materia,
in quanto unica realtà; mentre tutta la storia antecedente della filosofia
doveva ammonirlo dell’inconciliabilità dei due principii; di quella forma (=
prassi) con quel contenuto (=materia)”. (163)
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