06 Gen 2010 - 18:55:17
Fenomenologia dello Spirito - La certezza sensibile
Le citazioni sono tratte da Hegel, Fenomenologia dello Spirito, a cura di V. Cicero, Milano 1995.
La certezza sensibile
La prima forma di sapere è la certezza sensibile.
Essa sembra la forma di conoscenza più concreta, immediata e ricca.
Vedo un albero Qui. Ora c'è luce.
Nella certezza sensibile io sono in quest'albero che vedo di fronte a me e l'albero è in questa coscienza che lo sente. Un singolare conosce un singolare.
Questa conoscenza sembra la più vera, in quanto la certezza sensibile, dice Hegel, "non ha ancora trascurato nulla dell'oggetto, ma lo ha piuttosto davanti a sé in tutta la sua integrità e completezza" (169).
Si allude al fatto che altre forme del sapere, come ad esempio quella matematica, dell'albero coglieranno solo il "quantum" e la "figura", trascurando tutto il resto (colore, odore, consistenza tattile, piacere o dispiacere alla vista dell'albero, ricordi legati ad esso, ecc.). Il sapere matematico riduce la realtà concreta che si presenta alla certezza sensibile, mentre la certezza sensibile sembra tutta piena. Ma la certezza sensibile è poi così concreta e immediata?
Intanto la certezza sensibile si polarizza tra coscienza e oggetto: io ho la certezza sensibile mediante l'oggetto che si manifesta e l'oggetto è sentito in una coscienza, c'è dunque una mediazione dall'uno all'altro. Forse solo nella prima sensazione o in una prima fase di sviluppo psicologico una coscienza può credere di essere tutta nell'oggetto, fuori di sé. Hegel dice che non occorre riflessione per distinguere un polo e l'altro della certezza sensibile. C'è un questo che conosce un questo.
In un primo momento il questo-oggetto sembra l'essere che permane a prescindere che venga saputo o no da un questo-soggetto. Ma che cos'è un questo? Un questo è un qui e ora.
Se ora è giorno, passate delle ore, ora è notte, ecco che l'oggetto (giorno, notte) si dilegua, ciò che resta è la forma ora, La forma ora resta perché qualcosa continuamente si dilegua, essa allora è indifferente al fatto che si presenti un questo o un quello, è un universale.
Quando io dico "Ora è giorno", credo di dire qualcosa di concreto e di corrispondente con l'opinione che ingenuamente ho della certezza sensibile. In realtà sto enunciando l'universale, cioè l'ora che può essere "giorno", "notte", "pomeriggio" ecc. nella sua astratta vuotezza. In quella frase la verità non è nel predicato "giorno" che ora non è più, ma nel soggetto "ora". L'ora è sempre, il "giorno" si dilegua. Questo perché il linguaggio ha che fare con l'universale (che poi per Hegel, vedremo, è la vera realtà concreta, mentre il particolare, il singolarmente esperibile, è indicibile e fa parte dell'irrazionale). Del resto, se potessimo parlare solo di ciò che ciascuno di noi sente nella sua individualità, ci sarebbe l'incomunicabilità più totale. La verità è che parliamo sempre dell'universale che ci accomuna. In un certo senso Hegel riprende qui dei concetti che erano stati sviluppati dalla sofistica, in particolare da Gorgia: l'essere di cui possiamo parlare è già originariamente parola (logos); l'essere che è al di là della parola, ammesso che sia, è l'ineffabile, per Hegel è l'irrazionale, il non vero. Hegel spiega questa cosa in modo quasi poetico (egli è poetico, quando vuole), dicendo: "l'atto linguistico ha dunque la divina natura di invertire immediatamente l'opinione, di farla divenire altro e di non lasciarla giungere alla parola" (185).
Però, attenzione, per cogliere l'universale, è necessario il particolare che si dilegua e che non è, il momento negativo è essenziale, altrimenti non scoprirei la verità dell'universale. É un po' quello che sosteneva Kant con le forme spazio-tempo: mi accorgo di esse sempre in unione con un dato sensibile che le riempie. Nella certezza sensibile, però, il vero non è nel dato mutevole, ma nelle forme universali permanenti.
"Quanto al rapporto tra il sapere e l'oggetto, vediamo che esso risulta adesso invertito rispetto a prima: l'oggetto è perché Io so di esso" (175).
L'ora e il qui sembrano far parte di un io singolare che li trattiene nella loro astrazione. Ma che cos'è quest'io? Attenzione, non è certo un Io singolare! Mentre Io vedo questa casa, un altro Io vede un albero. Se dovessi indicare un Io singolare, avrei la stessa difficoltà che incontro nell'indicare un qui, un ora. Quando io indico un ora, questo ora già si è dileguato, ho bisogno di un altro ora per indicare proprio quell' ora lì, quindi ho bisogno di un ora universale, sempre disponibile, per indicare un ora particolare che in effetti non ho mai; e quando indico un qui, lo devo fare sempre mediante un altro qui, allo stesso modo quando indico un Io si è già dileguato quell'Io che vedeva proprio quell'albero e c'è un Io che vuole indicare quell'Io che vedeva quell'albero. Mi sfugge sempre come particolare, posso coglierlo come universale Io capace di trattenere dei qui e ora, mediante tanti qui e ora, cioè con delle forme generali (spazio-tempo): si tratta dell'Io trascendentale.
Quindi sia dal polo dell'oggetto sia dal polo del soggetto, la conoscenza che si ha nella certezza sensibile è universale ed astratta. Il bello è che su questo tipo di conoscenza che nel suo contenuto concreto si dilegua e non è mai, gli empiristi intendono costruire tutto l'edificio della conoscenza.
Hegel usa qui parole sprezzanti: "Coloro che affermano quella verità e certezza della realtà degli oggetti sensibili, dovrebbero essere rimandati alla scuola elementare della saggezza..." (183).
La certezza sensibile
La prima forma di sapere è la certezza sensibile.
Essa sembra la forma di conoscenza più concreta, immediata e ricca.
Vedo un albero Qui. Ora c'è luce.
Nella certezza sensibile io sono in quest'albero che vedo di fronte a me e l'albero è in questa coscienza che lo sente. Un singolare conosce un singolare.
Questa conoscenza sembra la più vera, in quanto la certezza sensibile, dice Hegel, "non ha ancora trascurato nulla dell'oggetto, ma lo ha piuttosto davanti a sé in tutta la sua integrità e completezza" (169).
Si allude al fatto che altre forme del sapere, come ad esempio quella matematica, dell'albero coglieranno solo il "quantum" e la "figura", trascurando tutto il resto (colore, odore, consistenza tattile, piacere o dispiacere alla vista dell'albero, ricordi legati ad esso, ecc.). Il sapere matematico riduce la realtà concreta che si presenta alla certezza sensibile, mentre la certezza sensibile sembra tutta piena. Ma la certezza sensibile è poi così concreta e immediata?
Intanto la certezza sensibile si polarizza tra coscienza e oggetto: io ho la certezza sensibile mediante l'oggetto che si manifesta e l'oggetto è sentito in una coscienza, c'è dunque una mediazione dall'uno all'altro. Forse solo nella prima sensazione o in una prima fase di sviluppo psicologico una coscienza può credere di essere tutta nell'oggetto, fuori di sé. Hegel dice che non occorre riflessione per distinguere un polo e l'altro della certezza sensibile. C'è un questo che conosce un questo.
In un primo momento il questo-oggetto sembra l'essere che permane a prescindere che venga saputo o no da un questo-soggetto. Ma che cos'è un questo? Un questo è un qui e ora.
Se ora è giorno, passate delle ore, ora è notte, ecco che l'oggetto (giorno, notte) si dilegua, ciò che resta è la forma ora, La forma ora resta perché qualcosa continuamente si dilegua, essa allora è indifferente al fatto che si presenti un questo o un quello, è un universale.
Quando io dico "Ora è giorno", credo di dire qualcosa di concreto e di corrispondente con l'opinione che ingenuamente ho della certezza sensibile. In realtà sto enunciando l'universale, cioè l'ora che può essere "giorno", "notte", "pomeriggio" ecc. nella sua astratta vuotezza. In quella frase la verità non è nel predicato "giorno" che ora non è più, ma nel soggetto "ora". L'ora è sempre, il "giorno" si dilegua. Questo perché il linguaggio ha che fare con l'universale (che poi per Hegel, vedremo, è la vera realtà concreta, mentre il particolare, il singolarmente esperibile, è indicibile e fa parte dell'irrazionale). Del resto, se potessimo parlare solo di ciò che ciascuno di noi sente nella sua individualità, ci sarebbe l'incomunicabilità più totale. La verità è che parliamo sempre dell'universale che ci accomuna. In un certo senso Hegel riprende qui dei concetti che erano stati sviluppati dalla sofistica, in particolare da Gorgia: l'essere di cui possiamo parlare è già originariamente parola (logos); l'essere che è al di là della parola, ammesso che sia, è l'ineffabile, per Hegel è l'irrazionale, il non vero. Hegel spiega questa cosa in modo quasi poetico (egli è poetico, quando vuole), dicendo: "l'atto linguistico ha dunque la divina natura di invertire immediatamente l'opinione, di farla divenire altro e di non lasciarla giungere alla parola" (185).
Però, attenzione, per cogliere l'universale, è necessario il particolare che si dilegua e che non è, il momento negativo è essenziale, altrimenti non scoprirei la verità dell'universale. É un po' quello che sosteneva Kant con le forme spazio-tempo: mi accorgo di esse sempre in unione con un dato sensibile che le riempie. Nella certezza sensibile, però, il vero non è nel dato mutevole, ma nelle forme universali permanenti.
"Quanto al rapporto tra il sapere e l'oggetto, vediamo che esso risulta adesso invertito rispetto a prima: l'oggetto è perché Io so di esso" (175).
L'ora e il qui sembrano far parte di un io singolare che li trattiene nella loro astrazione. Ma che cos'è quest'io? Attenzione, non è certo un Io singolare! Mentre Io vedo questa casa, un altro Io vede un albero. Se dovessi indicare un Io singolare, avrei la stessa difficoltà che incontro nell'indicare un qui, un ora. Quando io indico un ora, questo ora già si è dileguato, ho bisogno di un altro ora per indicare proprio quell' ora lì, quindi ho bisogno di un ora universale, sempre disponibile, per indicare un ora particolare che in effetti non ho mai; e quando indico un qui, lo devo fare sempre mediante un altro qui, allo stesso modo quando indico un Io si è già dileguato quell'Io che vedeva proprio quell'albero e c'è un Io che vuole indicare quell'Io che vedeva quell'albero. Mi sfugge sempre come particolare, posso coglierlo come universale Io capace di trattenere dei qui e ora, mediante tanti qui e ora, cioè con delle forme generali (spazio-tempo): si tratta dell'Io trascendentale.
Quindi sia dal polo dell'oggetto sia dal polo del soggetto, la conoscenza che si ha nella certezza sensibile è universale ed astratta. Il bello è che su questo tipo di conoscenza che nel suo contenuto concreto si dilegua e non è mai, gli empiristi intendono costruire tutto l'edificio della conoscenza.
Hegel usa qui parole sprezzanti: "Coloro che affermano quella verità e certezza della realtà degli oggetti sensibili, dovrebbero essere rimandati alla scuola elementare della saggezza..." (183).