25 Mar 2009 - 17:42:15
Corso di filosofia su La Repubblica di Platone. Resoconto del secondo incontro
Nel secondo incontro, tenutosi il 20 marzo 2009, è stato posto il problema della giustizia.
Si è partiti dalle tesi estremistiche della
cosiddetta seconda sofistica, così come sono illustrate da Callicle e
Trasimaco, interlocutori di Socrate rispettivamente nel Gorgia e nel libro I della Repubblica.
Le tesi di Callicle (personaggio forse inventato) e di Trasimaco
(personaggio realmente esistito) sono sostanzialmente coincidenti: la
giustizia sarebbe l’interesse del più forte, vi è un’opposizione
inconciliabile tra natura (intesa come impulso al dominio, volontà di
potenza) e legge (intesa come freno a questo impulso voluto dai più
deboli).
Sono stati letti i lunghi passi dei rispettivi dialoghi, con particolare attenzione all’aspetto di denigrazione dell’attività filosofica, vista come perdita di tempo e depotenziamento delle doti naturali. Centrale è, ovviamente, il ricordo dell’esperienza di Socrate, uomo giusto alla ricerca dell’essenza della giustizia, martire di essa, presente in tutte le opere di Platone, il quale scrive dopo la condanna a morte di Socrate.
Platone intende proprio superare uno dei limiti dell’esperienza socratica. Socrate credeva di poter convertire alla giustizia attraverso un’indefessa attività di educazione dei propri concittadini. In effetti, è rimasto vittima delle stesse leggi e istituzioni che lui insegnava a rispettare.
Dunque, il problema che si pone, oltre quello di ricercare e definire l’essenza della giustizia, è anche quello di incarnarla in istituzioni giuste, che la rendano una realtà e non solo un dover essere. Il limite di Socrate sta nell’individualismo, nell’intellettualismo e, in definitiva, in un atteggiamento sostanzialmente anti-politico.
Platone punta a superare Socrate (e la sofistica) partendo da una concezione che prenda l’avvio da una riflessione sul tutto (società, natura) e non dalla parte (individuo immerso da sempre in una data società e natura). Per questo, a partire dal II libro la riflessione di Platone si sposterà dalla ricerca della giustizia nell’individuo alla ricerca della giustizia nello Stato, senza però trascurare il rapporto tra individuo e Stato che vedremo continuamente emergere nel corso di tutta la trattazione.
Prima però di cercare di trovare l’essenza della giustizia e avviare la costruzione di una società giusta, vengono ancora esposte le tesi di Glaucone e Adimanto, i fratelli di Platone, che a partire dal secondo libro e fino alla fine dell’opera saranno gli unici interlocutori di Socrate. Glaucone chiede a Socrate se, posto che la giustizia sia un bene, essa sia un bene desiderabile per sé stesso (come la gioia), un bene desiderabile per sé stesso e per i suoi effetti (come la vista) o un bene desiderabile solo per i suoi effetti (come la medicina o l’attività ginnica).
Qualora fosse del terzo tipo, non potremmo effettivamente chiamarlo bene, ma dovremmo chiamarlo un male necessario e con ciò si ricadrebbe nella tesi sofistica, secondo cui la giustizia è solo uno strumento coercitivo, inventato dai deboli, per frenare le aspirazioni degli uomini forti, un male da accettare “obtorto collo”, come si fa per un’operazione chirurgica.
Per suffragare questa tesi Glaucone espone il mito dell’anello di Gige, il cui potere di rendere invisibile chi lo indossa, autorizza al compimento di ogni sorta di ingiustizia. Se gli uomini non venissero visti e di conseguenza giudicati, si lascerebbero andare a ogni sorta di ingiustizia, dando pieno sfogo alla propria natura.
A questa tesi Adimanto aggiunge dei particolari, facendo notare come appunto la giustizia dipenda da un certo controllo sociale e di come spesso ciò che si persegue non sia la vera giustizia, ma solo una parvenza di essa, una facciata esteriore, sotto la quale nascondere le più gravi ingiustizie. Secondo quest’ultima tesi, la giustizia non sarebbe nemmeno uno strumento dei deboli per arginare lo strapotere dei forti, ma un ulteriore mezzo dei forti per mascherare meglio la propria ingiustizia, perdendo ogni residuo di utilità etico-civile: tanto meglio sarebbe allora dire le cose come stanno e dare a tutti l’oppurtunità di gareggiare sfrenatamente per il successo e il potere, anziché illudere alcuni che questo sarebbe un male e che occorre moderarsi (teoria dello smascheramento, tipica dei maestri del sospetto). In effetti, Platone sembra preferire le tesi estreme, ma chiare, alla Trasimaco, che non la giustizia come rispettabilità sociale, dietro cui poi, magari, si nascondono le peggiori ingiustizie, incarnata da personaggi come Cefalo e Polemarco.
Due uomini-tipo, tratteggiati da Glaucone, rappresentano i punti estremi da cui partire per un tentativo solido di fondazione della giustizia: l’individuo sommamente ingiusto che si ammanta di una facciata di giustizia e che proprio grazie ad essa e alle personali abilità riesce a commettere le più gravi ingiustizie, ad essere tirannico e apparentemente felicissimo, e l’individuo giusto che mira a compiere sempre la vera giustizia senza però averne la facies, anzi venendo scambiato per criminale e finendo per essere condannato e “giustiziato”, apparendo, pertanto, il più infelice degli uomini.
Se ciò è possibile, e la storia ci dimostra che ciò avviene (Platone ha sempre in mente la vicenda socratica), allora per quale ragione mai bisognerebbe essere giusti? Si ricordi, inoltre, che se ci si appella ad una giustizia ultraterrena governata dagli dèi, allora poiché degli dèi si parla nel mito poetico, si deve accettare anche quanto ci dice il mito sul fatto che gli dèi, si placano facilmente con offerte e sacrifici e che quindi l’ingiusto, che ha più mezzi per fare offerte e sacrifici, sarebbe ancora una volta avvantaggiato rispetto al giusto. (Quest’ultimo spunto, tra l’altro è quello che può farci comprendere come la filsofia platonica e poi aristotelica porterà alla nascita di una nuova cultura e di una nuova religione, dove il divino viene inteso in modo radicalmente diverso rispetto al mito greco). Glaucone e Adimanto hanno svolto al meglio il loro ruolo di "avvocati del diavolo". Il compito di Socrate-Platone è veramente arduo.
Nel dibattito scaturito dalla lettura dei testi e dall’esposizione dei concetti, sono emerse alcune interessanti problematiche, che in parte si riconnettono a quanto visto nel precedente incontro, in parte anticipano tutta la mole di problemi che Platone andrà affrontando nei libri 2-9:
Come può l’uomo conoscere l’essenza della giustizia? La giustizia, come ogni idea, è già data una volta per tutte, oppure si costruisce attraverso le esperienze storiche, i tentativi, gli errori? Come nasce la società umana? Sono gli individui che si mettono insieme o l’uomo nasce già da sempre in società? Come si forma una società giusta? E’ qualcuno dall’alto che la realizza o nasce dal basso, rimanendo fedeli a dei costumi, a delle tradizioni, a delle leggi naturali? L’ingiustizia tocca solo il mondo umano o coinvolge nella sua azione anche il mondo della natura? La natura, intesa non come la intendono i sofisti (= volontà di potenza), ma come ordine cosmico antecedente alla vicenda umana, può essere ciò a cui gli uomini devono guardare per rimanere nel giusto? Perché la nostra società, viste anche le ultime vicende della crisi economica internazionale è così simile a quella vagheggiata da Callicle e Trasimaco? C’è qualche nesso di tipo filosofico? E’ auspicabile la costruzione di una società giusta? Non è forse meglio limitarsi a cercare di armonizzare interessi per forza di cose contrapposti attraverso delle procedure accettate da tutti senza imporre modelli precostituiti? L’individuo è portatore di diritti che devono essere difesi ad ogni costo o i diritti degli individui devono essere sempre subordinati a quelli della collettività? La concezione oggi più avanzata della giustizia si fonda sulla difesa dei diritti dell’individuo anche contro i diritti delle entità statali. Ma non è forse vero che la difesa dei diritti individuali finisce per trasformarsi necessariamente nell’esplosione di una lotta di tutti contro tutti che distrugge gli antichi contenitori statuali, subordinatori in qualche modo degli interessi privati a un interesse più generale?Non è che l’assenza di questo interesse generale (il bene comune) porti dritto a una giungla di diritti in conflitto fra di loro e che fra di essi vincano solo quelli meglio sorretti economicamente, finanziariamente, mediaticamente da particolari lobbies?
Chiaramente, a questi enormi problemi sollevati sono state date solo risposte accennate e parziali e si è rimandato ai successivi incontri, dove vedremo le risposte di Platone e proveremo a collegarle con i problemi odierni (che non sono poi tanto diversi da come li pone Platone, e su questo non ci stancheremo mai di ripeterci).
Sono stati letti i lunghi passi dei rispettivi dialoghi, con particolare attenzione all’aspetto di denigrazione dell’attività filosofica, vista come perdita di tempo e depotenziamento delle doti naturali. Centrale è, ovviamente, il ricordo dell’esperienza di Socrate, uomo giusto alla ricerca dell’essenza della giustizia, martire di essa, presente in tutte le opere di Platone, il quale scrive dopo la condanna a morte di Socrate.
Platone intende proprio superare uno dei limiti dell’esperienza socratica. Socrate credeva di poter convertire alla giustizia attraverso un’indefessa attività di educazione dei propri concittadini. In effetti, è rimasto vittima delle stesse leggi e istituzioni che lui insegnava a rispettare.
Dunque, il problema che si pone, oltre quello di ricercare e definire l’essenza della giustizia, è anche quello di incarnarla in istituzioni giuste, che la rendano una realtà e non solo un dover essere. Il limite di Socrate sta nell’individualismo, nell’intellettualismo e, in definitiva, in un atteggiamento sostanzialmente anti-politico.
Platone punta a superare Socrate (e la sofistica) partendo da una concezione che prenda l’avvio da una riflessione sul tutto (società, natura) e non dalla parte (individuo immerso da sempre in una data società e natura). Per questo, a partire dal II libro la riflessione di Platone si sposterà dalla ricerca della giustizia nell’individuo alla ricerca della giustizia nello Stato, senza però trascurare il rapporto tra individuo e Stato che vedremo continuamente emergere nel corso di tutta la trattazione.
Prima però di cercare di trovare l’essenza della giustizia e avviare la costruzione di una società giusta, vengono ancora esposte le tesi di Glaucone e Adimanto, i fratelli di Platone, che a partire dal secondo libro e fino alla fine dell’opera saranno gli unici interlocutori di Socrate. Glaucone chiede a Socrate se, posto che la giustizia sia un bene, essa sia un bene desiderabile per sé stesso (come la gioia), un bene desiderabile per sé stesso e per i suoi effetti (come la vista) o un bene desiderabile solo per i suoi effetti (come la medicina o l’attività ginnica).
Qualora fosse del terzo tipo, non potremmo effettivamente chiamarlo bene, ma dovremmo chiamarlo un male necessario e con ciò si ricadrebbe nella tesi sofistica, secondo cui la giustizia è solo uno strumento coercitivo, inventato dai deboli, per frenare le aspirazioni degli uomini forti, un male da accettare “obtorto collo”, come si fa per un’operazione chirurgica.
Per suffragare questa tesi Glaucone espone il mito dell’anello di Gige, il cui potere di rendere invisibile chi lo indossa, autorizza al compimento di ogni sorta di ingiustizia. Se gli uomini non venissero visti e di conseguenza giudicati, si lascerebbero andare a ogni sorta di ingiustizia, dando pieno sfogo alla propria natura.
A questa tesi Adimanto aggiunge dei particolari, facendo notare come appunto la giustizia dipenda da un certo controllo sociale e di come spesso ciò che si persegue non sia la vera giustizia, ma solo una parvenza di essa, una facciata esteriore, sotto la quale nascondere le più gravi ingiustizie. Secondo quest’ultima tesi, la giustizia non sarebbe nemmeno uno strumento dei deboli per arginare lo strapotere dei forti, ma un ulteriore mezzo dei forti per mascherare meglio la propria ingiustizia, perdendo ogni residuo di utilità etico-civile: tanto meglio sarebbe allora dire le cose come stanno e dare a tutti l’oppurtunità di gareggiare sfrenatamente per il successo e il potere, anziché illudere alcuni che questo sarebbe un male e che occorre moderarsi (teoria dello smascheramento, tipica dei maestri del sospetto). In effetti, Platone sembra preferire le tesi estreme, ma chiare, alla Trasimaco, che non la giustizia come rispettabilità sociale, dietro cui poi, magari, si nascondono le peggiori ingiustizie, incarnata da personaggi come Cefalo e Polemarco.
Due uomini-tipo, tratteggiati da Glaucone, rappresentano i punti estremi da cui partire per un tentativo solido di fondazione della giustizia: l’individuo sommamente ingiusto che si ammanta di una facciata di giustizia e che proprio grazie ad essa e alle personali abilità riesce a commettere le più gravi ingiustizie, ad essere tirannico e apparentemente felicissimo, e l’individuo giusto che mira a compiere sempre la vera giustizia senza però averne la facies, anzi venendo scambiato per criminale e finendo per essere condannato e “giustiziato”, apparendo, pertanto, il più infelice degli uomini.
Se ciò è possibile, e la storia ci dimostra che ciò avviene (Platone ha sempre in mente la vicenda socratica), allora per quale ragione mai bisognerebbe essere giusti? Si ricordi, inoltre, che se ci si appella ad una giustizia ultraterrena governata dagli dèi, allora poiché degli dèi si parla nel mito poetico, si deve accettare anche quanto ci dice il mito sul fatto che gli dèi, si placano facilmente con offerte e sacrifici e che quindi l’ingiusto, che ha più mezzi per fare offerte e sacrifici, sarebbe ancora una volta avvantaggiato rispetto al giusto. (Quest’ultimo spunto, tra l’altro è quello che può farci comprendere come la filsofia platonica e poi aristotelica porterà alla nascita di una nuova cultura e di una nuova religione, dove il divino viene inteso in modo radicalmente diverso rispetto al mito greco). Glaucone e Adimanto hanno svolto al meglio il loro ruolo di "avvocati del diavolo". Il compito di Socrate-Platone è veramente arduo.
Nel dibattito scaturito dalla lettura dei testi e dall’esposizione dei concetti, sono emerse alcune interessanti problematiche, che in parte si riconnettono a quanto visto nel precedente incontro, in parte anticipano tutta la mole di problemi che Platone andrà affrontando nei libri 2-9:
Come può l’uomo conoscere l’essenza della giustizia? La giustizia, come ogni idea, è già data una volta per tutte, oppure si costruisce attraverso le esperienze storiche, i tentativi, gli errori? Come nasce la società umana? Sono gli individui che si mettono insieme o l’uomo nasce già da sempre in società? Come si forma una società giusta? E’ qualcuno dall’alto che la realizza o nasce dal basso, rimanendo fedeli a dei costumi, a delle tradizioni, a delle leggi naturali? L’ingiustizia tocca solo il mondo umano o coinvolge nella sua azione anche il mondo della natura? La natura, intesa non come la intendono i sofisti (= volontà di potenza), ma come ordine cosmico antecedente alla vicenda umana, può essere ciò a cui gli uomini devono guardare per rimanere nel giusto? Perché la nostra società, viste anche le ultime vicende della crisi economica internazionale è così simile a quella vagheggiata da Callicle e Trasimaco? C’è qualche nesso di tipo filosofico? E’ auspicabile la costruzione di una società giusta? Non è forse meglio limitarsi a cercare di armonizzare interessi per forza di cose contrapposti attraverso delle procedure accettate da tutti senza imporre modelli precostituiti? L’individuo è portatore di diritti che devono essere difesi ad ogni costo o i diritti degli individui devono essere sempre subordinati a quelli della collettività? La concezione oggi più avanzata della giustizia si fonda sulla difesa dei diritti dell’individuo anche contro i diritti delle entità statali. Ma non è forse vero che la difesa dei diritti individuali finisce per trasformarsi necessariamente nell’esplosione di una lotta di tutti contro tutti che distrugge gli antichi contenitori statuali, subordinatori in qualche modo degli interessi privati a un interesse più generale?Non è che l’assenza di questo interesse generale (il bene comune) porti dritto a una giungla di diritti in conflitto fra di loro e che fra di essi vincano solo quelli meglio sorretti economicamente, finanziariamente, mediaticamente da particolari lobbies?
Chiaramente, a questi enormi problemi sollevati sono state date solo risposte accennate e parziali e si è rimandato ai successivi incontri, dove vedremo le risposte di Platone e proveremo a collegarle con i problemi odierni (che non sono poi tanto diversi da come li pone Platone, e su questo non ci stancheremo mai di ripeterci).
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