14 Mag 2009 - 20:02:15
Corso di filosofia su La Repubblica di Platone. Resoconto del quinto incontro
<>Giunti a metà del percorso, propongo una riflessione sulla struttura letteraria dell’opera che stiamo leggendo. La Repubblica,
come sappiamo è un’opera molto vasta, in dieci libri, scritti in un
arco di tempo forse ventennale. Sappiamo che il primo libro è stato
composto prima degli altri. Si potrebbe pensare che quest’opera sia un
coacervo, sia composta di diverse parti, non sempre ben amalgamate. E
in effetti questa ipotesi è stata fatta svariate volte nella storia
della critica. Personalmente propendo per una visione unitaria
dell’opera (inutile dire che anche questa ipotesi è stata sostenuta
dalla critica e, a mio parere, con ottime argomentazioni)
Socrate discende da Atene verso il Pireo: il Pireo è il porto di Atene, dove vi è una promiscuità di uomini di tutte le stirpi, animali e merci. Su tutti regna il denaro che omologa e appiattisce ogni cosa, rendendo tutto merce... non è un caso che il dialogo si svolga nella case del ricco mercante Cefalo e che il tema del denaro sia affrontato subito nel primo libro. Socrate è sceso per partecipare ad una festa in onore di una divinità straniera, recentemente introdotta nella città e di cui si celebra per la prima volta la festa. Si tratta della dea tracia Bendis, una divinità ctonia, cioè delle viscere della terra, degli inferi.
Socrate scende, ma, avendo assistito ad una parte della festa e finite le preghiere vorrebbe. Viene impedito in ciò da Polemarco, che esercita su di lui una certa “bonaria” violenza: lo fa trattenere per il mantello, mostra che i suoi amici sono in numero superiore a Socrate e Glaucone e potranno trattenerlo con la forza, non vuole sentire ragioni quando Socrate dice che lui forse potrebbe “persuaderli” a lasciarlo andare via. Anzi Polemarco dice che non ascolterà proprio. Piegato da questa “violenza” amichevole, Socrate si inoltra nell’inferno vero e proprio lì dove si è smarrito il senso della giustizia e dove di tesi in tesi si arriva a negare la giustizia, a proclamare il regno dell’ingiustizia, della violenza come unica giustizia, il cui re è Trasimaco. Nel dialogo violento con Trasimaco, Socrate viene strapazzato e offeso, ma non piegato.Di lì inizia una lunga e laboriosa risalita, non più verso Atene, ma verso una città bellissima costruita con la ragione, sulla base della vera giustizia. Nel VII libro poi e ancora nel X la risalita raggiungerà anche il “cielo” sede dell’ideale sommo sulla base del quale si struttura anche al bellissima città. Dopo la catabasi, l’anabasi trionfale verso il Sommo Bene!
Ma leggiamo direttamente le prime battute della Repubblica
Repubblica 327A-328B
“Ieri scesi al Pireo con Glaucone, figlio di Aristone, per pregare la dea e nello stesso tempo per vedere come avrebbero celebrato la festa, dato che è la prima volta che la fanno. Mi sembrò davvero bella anche la processione della gente del posto, ma non appariva meno decorosa quella condotta dai Traci. Fatte le nostre preghiere e contemplato lo spettacolo, stavamo tornando in città quando Polemarco, figlio di Cefalo, avendo visto da lontano che ci incamminavamo verso casa, mandò di corsa il suo giovane schiavo per invitarci ad aspettarlo. E il ragazzo, afferratomi da dietro per il mantello, mi disse:
"Polemarco vi prega di aspettarlo".
Io mi voltai e gli chiesi dove fosse.
"Eccolo qui dietro che arriva", rispose. "Aspettatelo".
"Certo che lo aspetteremo!", disse Glaucone.
Poco dopo arrivarono Polemarco, Adimanto fratello di Glaucone, Nicerato figlio di Nicia (4) e altre persone, che probabilmente tornavano dalla festa.
Allora Polemarco disse: "Mi sembra che voi, Socrate, vi siate mossi per fare ritorno in città".
"Hai proprio ragione!", replicai.
"Ma non vedi", disse, "quanti siamo?"
"Come no?"
"Allora", fece lui, "o siete più forti di costoro o rimanete qui".
"Non c'è ancora un'alternativa", obiettai, "ovvero se riusciamo a persuadervi che conviene lasciarci andare?"
"Potreste forse persuadere chi non vi presta ascolto?", replicò.
"Proprio no", disse Glaucone.
"E allora state certi che non vi ascolteremo".
Allora intervenne Adimanto:
"Ma non sapete che verso sera ci sarà una corsa a cavallo con fiaccole in onore della dea?"
"A cavallo?", feci io.
"Questa è nuova! Gareggeranno a cavallo con delle fiaccole che si passeranno l'un l'altro? Intendi questo?"
"Proprio così", rispose Polemarco. "E inoltre faranno una festa notturna, che vale la pena di vedere: dopo cena usciremo e andremo ad assistervi. E assieme a noi ci saranno tanti giovani, con cui potremo parlare. Rimanete dunque, non fate altrimenti".
Allora Glaucone disse: "Bisogna rimanere, a quanto sembra". "Se sei contento tu", dissi io, "conviene fare così”.
<>Notiamo oltre quanto abbiamo già introdotto, questa immagine di una corsa di cavalli nella notte con delle torce accese: è una bella immagine dionisiaca, barbara, non certo apollinea, misurata. Socrate si stupisce della novità. In questo stupore il segno di una corruzione di costumi, di uomini che si abbandonano a spettacoli ad effetto. É da notare, però, per inciso, che i protagonisti, poi, dal momento che saranno irretiti da Socrate non andranno a vedere la festa notturna. Coloro che prima nemmeno volevano ascoltare Socrate sono stati sedotti dal suo ragionare e non andranno alla festa notturna, ma
resteranno in casa a dialogare.
In tutto il primo libro e sin dalle prime battute è svelata la lotta tra la forza e ragione che si dispiegherà lungo tutto il corso della trattazione. E l’opposizione anche tra chi non vuole ascoltare e chi accetta di ascoltare. Questo punto della disposizione all’ascolto è fondamentale e ritorna in un altro snodo fondamentale della Repubblica, alla fine del IV libro. Ancora una volta, la particolare struttura data all’opera ci viene incontro per una comprensione più profonda. Cerchiamo, dunque, di evidenziare quest’altro punto.
Abbiamo già detto che il primo libro e la prima parte del secondo pongono le domande fondamentali; dalla metà del secondo libro alla fine del quarto si dispiega la risposta di Socrate, la quale però su alcuni punti è molto elusiva, soprattutto sul ruolo della donna, sull’educazione dei bambini, ma anche sull’educazione della classe superiore, perché ci si rende conto che la classe dei reggitori, che si è staccata da quella dei guerrieri ha qualcosa in più che l’educazione ginnico-musicale non basta a dare;
Socrate vorrebbe trattare delle degenerazioni dello stato e dell’anima, delle città ingiuste, delle degenerazioni dal modello giusto. Ma è incalzato indirettamente da Polemarco che chiede a Glaucone di chiedere a Socrate: e le donne? Socrate aveva accennato al fatto che nella città giusta le donne e i bambini sono in comune. Adesso gli viene chiesto di approfondire questi aspetti. Gli arrivano addosso quelle che lui stesso chiama tre ondate, sintetizzabili nelle seguenti domande:
1) la donna è pari all’uomo o inferiore?
2) che vuol dire che le donne e i bambini devono essere in comune?
3) questa città giusta è realizzabile?
Ancora una volta Socrate è come Odisseo, sbattuto da questi flutti, deve riprendere la navigazione: il suo viaggio all’interno dell’anima dell’uomo non si è concluso così agevolmente come sperava. Occorre andare più in profondità. E occorreranno ben tre libri il 5, il 6 e il 7 per rispondere esaurientemente e riprendere poi la trattazione dei modelli ingiusti di città e di anima che Socrate voleva già affrontare alla fine del 4° libro.
Alcuni critici ritengono che si tratti di un espediente letterario per collegare parti dell’opera diverse, maturate in distinte epoche e poi assemblate. A me pare che queste interpretazioni perdano di vista proprio un carattere tipico del filosofare platonico: la sua inesauribilità... perché se Platone ha combattuto contro il soggettivismo volgare dei sofisti, non ha mai avuto la pretesa di spacciare una verità oggettiva preconfezionata, ma fedele in questo agli insegnamenti di Eraclito, ritiene che l’anima dell’uomo sia senza limiti e non si può mai percorrere tutta, per cui la ricerca non può mai avere fine, anche se, però, attenzione, ha una precisa direzione, il Bene, il sole che orienta nella ricerca della verità. Perciò non ci si può mai accontentare di un certo grado di verità, occorre investigare ancora e approssimarsi ancora, se così si può dire, e non stancarsi mai di anelare alla verità. Per questo il procedere di Platonico dentro quest’opera, ma in tutta la sua filosofia, è veramente ad ondate, ma non ripetitive, ondate che portano ogni volta cofigurazioni nuove del pensiero, ma tutte orientate a una migliore comprensione della verità.
Per rispondere a queste domande e in particolare alla terza, occorre riaprire il discorso e rimettere molte cose in discussione, soprattutto approfondire concetti filosofici.
Socrate sa che il discorso può divenire molto lungo e si chiede se sia ragionevole impiegare tutto questo tempo nella discussione. Interviene nuovamente Trasimaco. Confesso che, in letture precedenti dell’opera, forse troppo affrettate, avevo liquidato Trasimaco alla fine del primo libro. Invece Trasimaco è sempre presente, non se n’è andato, è rimasto ad ascoltare silente... vuol dire che è stato ammansito: il logos Socratico, nel suo intreccio di domande e risposte ha ammansito perfino Trasimaco, che per un attimo riprende la parola, con la sua solita foga, non però per attaccare. E’ che lui si è appassionato ai profondi ragionamenti e non vuole perdere l’occasione e dice ad un Socrate che si chiede se non sarà un fastidio continuare ad ascoltarlo:
“Che vai dicendo! Credi forse che costoro siano venuti fin qui per colare oro, invece che per sentire ragionare?” (450B).
A un Socrate ancora un po’ restio e che si chiede se non ci sia un limite pure nell’ascolto di simili discorsi è Glaucone a dare una risposta esemplare che vale per sempre:
μέτρον δέ τοιούτων λόγων ἀκούειν ὅλος ὁ βίος νοῦν ἔχουσιν.
“Métron dé toioùton lògon acoùein òlos o bìos noûn ékousin”
“Per uno che ha senno il limite per ascoltare questi discorsi è la vita intera”.
Socrate è stato un mago della ragione, un incantatore, così come viene descritto nel Simposio da Alcibiade, un suonatore di flauto che incanta... ha completamente capovolto la situazione a suo vantaggio. Polemarco all’inizio aveva detto che non l’avrebbero ascoltato, adesso Trasimaco è stato completamente ammansito, pur senza perdere il suo piglio, e vuole che Socrate continui il discorso. Addirittura Glaucone si rende disponibile ad un ascolto che duri una vita intera.
Questo punto è molto importante e ci rimanda all’Apologia di Socrate, dove Socrate, più volte, di fronte all’assemblea che lo deve giudicare si lamenta del fatto di avere poco tempo, se avesse più tempo e potesse parlare ad uno ad uno a tutti gli ateniesi che lo devono giudicare li convincerebbe.
Allora, questo vuol dire che la ragione è veramente vincitrice, ma ha bisogno di tempo per dispiegarsi; la forza esplode nella sua violenza immediata, ma la ragione, se ha tempo può piegare la forza e indirizzarla verso il bene.
Per questo Platone fa continuare a vivere Socrate nei suoi dialoghi, gli dà quel tempo che la violenza brutale di Atene gli ha sottratto; per altri due millenni e mezzo, attraverso le opere di Platone, Socrate continua il suo ragionare con gli uomini per convincerli che la ragione, il logos viene prima della forza bia, che bia senza logos sarebbe solo chaos, che invece il logos, unito a bios, dà il kosmos e che tutta la natura parla di questa unione tra la ragione e la forza e che l’uomo è un unicum nella natura perché, dotato di libertà, deve scegliere liberamente questa unione di ragione e forza, senza cadere nei due opposti di una violenza senza ragione e di una ragione astratta e disincarnata (impolitica, apolitica...). Questo, forse, in estrema sintesi, è tutto il messaggio della filosofia platonica. Che è incardinato intorno al concetto di libertà come scelta volontaria dell’ordine. Ma di questo parleremo più avanti in un prossimo incontro. Mi serve solo dire che Platone è il vero filosofo della libertà, altro che totalitarismo. Addirittura Platone nel X libro è arrivato a costruire un mito, un racconto, che sovverte tutta la “mitologia” greca, schiava del fato, del destino, del capriccio degli dèi. In questo mito le anime umane, nell’aldilà “scelgono” liberamente in che tipo di vita vogliono reincarnarsi. La libertà di Platone è incardinata metafisicamente: il destino è tutto nelle mani dell’uomo.
A questo punto possiamo tornare alle tre domande fondamentali che hanno “riaperto” l’opera, o meglio, andiamo alle risposte di Platone. E ci accorgiamo che si tratta di risposte rivoluzionarie.
Sulle donne Platone dice qualcosa di assolutamente inconcepibile per la civiltà antica, partendo da una considerazione “etologica” quasi banale, buttata tra le righe, ma che spiega con molta semplicità come il confinamento della donna a un ruolo subalterno e sottomesso sia una forma di aberrazione della società che non può essere ammessa nelle classi sociali “filosofiche”. La considerazione etologica è presa da quei cani a cui Platone paragona i guerrieri. Ora nei cani, le cagne fanno pure la guardia e vanno pure a caccia. Quindi?
La differenza tra uomo e donna è infividuata da Platone nel fatto che la donna partorisce, l’uomo la feconda. Tutto qui. Per il resto sono uguali... solo l’uomo è più robusto. La differenza è di quantità non di qualità.
Leggiamo dei passi:
Repubblica V, 451C-452A; 455A-456C
"Ora", osservai, "bisogna riprendere un argomento che forse allora bisognava esporre con ordine. Ma forse può andar bene che dopo aver esaurito la rappresentazione degli uomini io metta in scena le donne, tanto più che tu mi inviti a farlo. Per uomini forniti di una natura e un'educazione simile a quella che abbiamo descritto, a mio giudizio non c'è altro modo di avere e trattare correttamente donne e figli se non procedere per quella via che abbiamo imboccato sin dall'inizio, quando nel nostro discorso abbiamo tentato di rendere i cittadini simili ai guardiani di un gregge".
"Sì".
"Seguiamo quindi il nostro progetto, assegnando anche alle donne una nascita e un'educazione analoga, e vediamo se ci conviene o no".
"E come?", domandò.
"Così: pensiamo che le femmine dei cani da guardia debbano sorvegliare anch'esse ciò che sorvegliano i maschi, cacciare assieme a loro e fare tutto il resto in comune, oppure che esse debbano solamente custodire la casa, perché a causa del parto e dell'allevamento dei cuccioli non possono fare altro, mentre quelli faticano e hanno la cura completa del gregge?"
"Devono fare tutto in comune", rispose; "però tratteremo loro come più deboli, i maschi come più forti".
"è possibile", ripresi, "impiegare un animale per gli stessi scopi di un altro, se non lo nutri e non lo allevi allo stesso modo?"
"No, non è possibile".
"Quindi, se useremo le donne per gli stessi compiti degli uomini, bisogna impartire loro gli stessi insegnamenti".
"Sì".
"A quelli furono assegnate la musica e la ginnastica".
"Sì".
"Perciò anche alle donne occorre trasmettere queste due arti e l'arte della guerra, e bisogna trattarle allo stesso modo".
"è logico, da quello che dici", rispose.
"Forse però", osservai, "se questa teoria verrà messa in pratica, molte delle cose che ora stiamo dicendo potranno apparire ridicole...
<>"Pertanto, caro amico, nel governo della città non c'è alcuna occupazione propria della donna in quanto donna, né dell'uomo in quanto uomo, ma le inclinazioni sono ugualmente ripartite in entrambi, e per sua natura la donna partecipa di tutte le attività, così come l'uomo, pur essendo più debole dell'uomo in ognuna di esse".
"Senza dubbio".
"E allora assegneremo tutti i compiti agli uomini, e alle donne niente?"
"E perché mai?"
"Invece, credo, diremo che esistono donne portate per la medicina e altre no, donne inclini per natura alla musica e altre no".
"Certo".
"E non esistono donne portate per la ginnastica o per la guerra, e altre che sono imbelli e non amano la ginnastica?"
"Credo di sì".
"E non ci sono donne che amano la sapienza e altre che la odiano? Donne coraggiose e donne vili?"
"Anche questo".
"Quindi ci sono anche donne guardiane e altre no. Non abbiamo scelto con questo criterio anche la natura dei guardiani maschi?"
"Proprio così".
"Dunque nella difesa della città la natura della donne e dell'uomo è la stessa, solo che una è più debole, l'altra è più forte".
"Pare di sì".
"Bisogna quindi scegliere donne fornite di tali qualità perché abitino con uomini tali e li affianchino nella funzione di guardiani, dato che sono all'altezza di questo compito e hanno una natura affine alla loro".
"Certamente".
"E alle nature uguali non bisogna assegnare mansioni uguali?"
"Sì, uguali".
"Dopo tutto questo giro torniamo dunque al punto di partenza e conveniamo che non è contro natura assegnare alle donne dei guardiani la musica e la ginnastica".
"Senza dubbio".
"Allora le leggi che abbiamo fissato non sono impossibili da realizzare né simili a pii desideri, se davvero la nostra legislazione è conforme alla natura; piuttosto vanno contro natura, a quanto pare, le disposizioni vigenti contrarie alle nostre!".
"Pare".
La seconda ondata è ancora più violenta: che cosa si intende per comunione delle donne e dei figli? E’ innanzitutto importante comprendere che il fine di Platone è stroncare il familismo. I custodi devono essere inflessibili nella selezione dei migliori, per cui un legame affettivo troppo stretto rischia di generare quella corruzione che deve essere in tutti i modi evitata. Se i giovani sono tutti figli nostri, civilmente e spiritualmente, ma se per nessuno di essi siamo in grado di riconoscere paternità e maternità biologica, allora non saremo portati a fare favoritismi e a rispecchiarci solo pazialmente nei nostri nati.
Spezzare i legami di sangue delle singole famiglie per costruire un legame ideale più ampio. Per questo le donne devono essere in comune e per questo appena partoriti i bambini vengono sottratti alle madri e allevati in comune da balie di stato, poi educati da educatori maschi e femmine nella repubblica. Ora, a prescindere dai risvolti del dettato platonico, che proprio in questo caso hanno attirato le critiche di totalitarismo, insensibilità, eugenetica ecc. vorrei sottolineare che le proposte di Platone sono poi in altre forme adottate dalle società moderne avanzate: guardo al mondo scandinavo con parità uomo-donna, sostanziale allentamento del vincolo matrimoniale, figli presto sottratti alle famiglie e educati pubblicamente dallo stato, concorsi pubblici dove si è tutti uguali e si viene scelti in base alle capacità e non al blasone familiare. Quindi pare essere una cosa “ottimale” oltre che “realizzabile”.
In forma meno compiuta, ma poi è quello che si cerca di fare nelle istituzioni pubbliche quando si cerca di essere onesti, di non favorire il figlio di Tizio o di Caio, o il proprio. Nell’esperienza del docente di Stato (non nella scuola privata), un docente serio vede negli studenti tutti propri figli, ma non fa nessuna particolarità. Paragoniamo questa verità elementare a quella che è la legislazione sulla scuola in Italia in questi ultimi anni che vira verso la privatizzazione e la retorica sull’importanza del ruolo della famiglia e capiremo, ancora una volta, che viviamo in una società “antiplatonica”, che è antiplatonica per mancanza di riflessione filosofica.
Questo secondo il mio punto di vista è il senso della proposta platonica ed è un senso molto sensato, che mette al primo posto il bene comune, anziché sentimentalismi, familismi, particolarismi che sono visioni parziali e distorte della realtà, con grave danno dell’individuo stesso, che non può emergere con tutta la sua libertà. Occorrerebbe comprendere fino in fondo quanto un vincolo familiare soprattutto soffocante, quanto l’ottenere posti e posizioni attraverso favori, uccida la vera libertà dell’individuo, lo corrompa irrimediabilmente, lo renda vittima di una forza, che esiste, che è la forza del sangue, del clan, del gruppo di potere, ma che andrebbe sempre piegata ad una ragione più profonda e più giusta.
Su Platone, come filosofo dell’individuo, vorrei leggere un breve brano da un’operetta giovanile di Giorgio Colli, il filosofo e filologo, curatore dell’edizione critica delle opere di Nietzsche, che si intitola Platone politico: è un’opera ricavata dalla sua tesi di laurea, siamo nel 1937, è molto influenzata dal clima neoidealistico dell’epoca, però coglie, secondo il mio parere, un punto centrale del filosofare platonico, che è stato spesso oscurato da altre interpretazioni:
<>“Si noti anche come questo comunismo, che sembra apparentemente tendere a stroncare completamente l’individualismo, non sia altro per Platone che il necessario processo di purificazione e di formazione del vero individuo, poiché allontanando dall’uomo gli elementi che, come la proprietà o la famiglia, alimentano la sua parte empirica e contingente, a torto secondo lui ricevente il nome di individualità, si viene a liberare la vera essenza individuale dell’anima, che si mantiene uguale a se stessa nella vita immortale. La comunità toglie quindi all’uomo il suo falso individualismo per dargli quello vero; la proprietà peculiare dell’éros in quanto fondatore ed educatore della comunità consiste quindi nel far entrare l’uomo in possesso della sua piena individualità, il che equivale a renderlo cosciente della sua posizione e del suo compito nell’universo, a
dargli la sua virtù che, in quanto emana direttamente dalla comunità, è al tempo stesso virtù dello Stato” (G. Colli, Platone politico, Adelphi, pp. 90-91)
L’ultima ondata è la più violenta. Tutto ciò è realizzabile? Platone ha già fatto capire di sì, ma adesso deve spiegare come, concretamente. Arriva la parte più difficile. La risposta la anticipiamo perché è il senso di tutto il filosofare platonico e della stessa vita di Platone. E ancora una volta diamo direttamente la parola all’autore:
"Parla", mi invitò.
"Se nelle città", dissi, "i filosofi non diventeranno re o quelli che ora sono detti re e sovrani non praticheranno la filosofia in modo genuino e adeguato, e potere politico e filosofia non verranno a coincidere, con la necessaria esclusione di quelli che in gran numero ora si dedicano separatamente all'una o all'altra attività, le città non avranno tregua dai mali, Glaucone, e neppure, credo, il genere umano, e prima di quel momento non potrà mai mettere le radici nel mondo del possibile e vedere la luce del sole questa costituzione che ora abbiamo delineato teoricamente. (19) Ecco ciò che da tempo mi rende restio a parlare, vedere quanto le mie parole vadano a cozzare contro l'opinione comune; in effetti è difficile comprendere che nessun'altra città può essere felice, nella vita privata come in quella pubblica". E lui replicò: "Che parole, che discorso ci hai scagliato addosso, Socrate! E per il solo fatto di aver parlato, sta' sicuro che ora moltissimi, e non i più vili, gettate qui su due piedi le vesti, imbracceranno nudi la prima arma che a ciascuno capita a tiro e correranno a tutta forza contro di te per combinartene delle belle! E se non li terrai a bada con il tuo discorso e non riuscirai a fuggirli, te la faranno davvero pagare con il loro dileggio".
"E la colpa di ciò che mi accade", dissi, "non è forse la tua?"
"E ho ragione a farlo", rispose. "Ma non ti tradirò, anzi ti difenderò con i mezzi che ho a disposizione, cioè con l'affetto e con l'incoraggiamento, e forse potrò darti risposte più appropriate di un altro. Contando su questo aiuto, cerca di dimostrare agli increduli che le cose stanno come dici tu".
"Devo provarci, dato che anche tu mi offri un'alleanza così grande. Perciò mi sembra necessario, se mai dobbiamo scampare alle persone di cui parli, spiegare loro chi intendiamo per filosofi quando osiamo dire che devono governare; così, una volta chiarito questo punto, potremo difenderci mostrando che agli uni spetta per natura di dedicarsi alla filosofia e governare la città, agli altri di non praticare la filosofia e seguire chi li guida".
La città bellissima si realizzerà con l’unione di ragione e forza, con la subordinazione della forza alla ragione. Dove la forza è subordinata alla ragione si crea l’ordine, dove la forza si dispiega senza ragione essa distrugge. Nel mondo umano non può esservi perfetta razionalità, ma gli amanti della sapienza, che tendono continuamente ad essa e che la cercano instancabilmente sono gli unici che regnando possono alleviare i mali dell’uomo. Chi sono i filosofi e come si “crea” un filosofo sarà il tema di un prossimo incontro.
Nella discussione si è dibattuto a lungo sulla radicalità delle proposte platoniche e sul confronto con le dinamiche della nostra attuale società. Molto divergenti i punti di vista su temi che toccano gli affetti, i modi di vivere più comuni, le sensibilità.
La Repubblica ha una sua unità di fondo,
anche letteraria, oltre che concettuale e provare a rintracciarla e
comprenderl ci aiuterà a cogliere meglio il senso di tutta la
costruzione.
Socrate discende da Atene verso il Pireo: il Pireo è il porto di Atene, dove vi è una promiscuità di uomini di tutte le stirpi, animali e merci. Su tutti regna il denaro che omologa e appiattisce ogni cosa, rendendo tutto merce... non è un caso che il dialogo si svolga nella case del ricco mercante Cefalo e che il tema del denaro sia affrontato subito nel primo libro. Socrate è sceso per partecipare ad una festa in onore di una divinità straniera, recentemente introdotta nella città e di cui si celebra per la prima volta la festa. Si tratta della dea tracia Bendis, una divinità ctonia, cioè delle viscere della terra, degli inferi.
Socrate scende, ma, avendo assistito ad una parte della festa e finite le preghiere vorrebbe. Viene impedito in ciò da Polemarco, che esercita su di lui una certa “bonaria” violenza: lo fa trattenere per il mantello, mostra che i suoi amici sono in numero superiore a Socrate e Glaucone e potranno trattenerlo con la forza, non vuole sentire ragioni quando Socrate dice che lui forse potrebbe “persuaderli” a lasciarlo andare via. Anzi Polemarco dice che non ascolterà proprio. Piegato da questa “violenza” amichevole, Socrate si inoltra nell’inferno vero e proprio lì dove si è smarrito il senso della giustizia e dove di tesi in tesi si arriva a negare la giustizia, a proclamare il regno dell’ingiustizia, della violenza come unica giustizia, il cui re è Trasimaco. Nel dialogo violento con Trasimaco, Socrate viene strapazzato e offeso, ma non piegato.Di lì inizia una lunga e laboriosa risalita, non più verso Atene, ma verso una città bellissima costruita con la ragione, sulla base della vera giustizia. Nel VII libro poi e ancora nel X la risalita raggiungerà anche il “cielo” sede dell’ideale sommo sulla base del quale si struttura anche al bellissima città. Dopo la catabasi, l’anabasi trionfale verso il Sommo Bene!
Ma leggiamo direttamente le prime battute della Repubblica
Repubblica 327A-328B
“Ieri scesi al Pireo con Glaucone, figlio di Aristone, per pregare la dea e nello stesso tempo per vedere come avrebbero celebrato la festa, dato che è la prima volta che la fanno. Mi sembrò davvero bella anche la processione della gente del posto, ma non appariva meno decorosa quella condotta dai Traci. Fatte le nostre preghiere e contemplato lo spettacolo, stavamo tornando in città quando Polemarco, figlio di Cefalo, avendo visto da lontano che ci incamminavamo verso casa, mandò di corsa il suo giovane schiavo per invitarci ad aspettarlo. E il ragazzo, afferratomi da dietro per il mantello, mi disse:
"Polemarco vi prega di aspettarlo".
Io mi voltai e gli chiesi dove fosse.
"Eccolo qui dietro che arriva", rispose. "Aspettatelo".
"Certo che lo aspetteremo!", disse Glaucone.
Poco dopo arrivarono Polemarco, Adimanto fratello di Glaucone, Nicerato figlio di Nicia (4) e altre persone, che probabilmente tornavano dalla festa.
Allora Polemarco disse: "Mi sembra che voi, Socrate, vi siate mossi per fare ritorno in città".
"Hai proprio ragione!", replicai.
"Ma non vedi", disse, "quanti siamo?"
"Come no?"
"Allora", fece lui, "o siete più forti di costoro o rimanete qui".
"Non c'è ancora un'alternativa", obiettai, "ovvero se riusciamo a persuadervi che conviene lasciarci andare?"
"Potreste forse persuadere chi non vi presta ascolto?", replicò.
"Proprio no", disse Glaucone.
"E allora state certi che non vi ascolteremo".
Allora intervenne Adimanto:
"Ma non sapete che verso sera ci sarà una corsa a cavallo con fiaccole in onore della dea?"
"A cavallo?", feci io.
"Questa è nuova! Gareggeranno a cavallo con delle fiaccole che si passeranno l'un l'altro? Intendi questo?"
"Proprio così", rispose Polemarco. "E inoltre faranno una festa notturna, che vale la pena di vedere: dopo cena usciremo e andremo ad assistervi. E assieme a noi ci saranno tanti giovani, con cui potremo parlare. Rimanete dunque, non fate altrimenti".
Allora Glaucone disse: "Bisogna rimanere, a quanto sembra". "Se sei contento tu", dissi io, "conviene fare così”.
<>Notiamo oltre quanto abbiamo già introdotto, questa immagine di una corsa di cavalli nella notte con delle torce accese: è una bella immagine dionisiaca, barbara, non certo apollinea, misurata. Socrate si stupisce della novità. In questo stupore il segno di una corruzione di costumi, di uomini che si abbandonano a spettacoli ad effetto. É da notare, però, per inciso, che i protagonisti, poi, dal momento che saranno irretiti da Socrate non andranno a vedere la festa notturna. Coloro che prima nemmeno volevano ascoltare Socrate sono stati sedotti dal suo ragionare e non andranno alla festa notturna, ma
resteranno in casa a dialogare.
In tutto il primo libro e sin dalle prime battute è svelata la lotta tra la forza e ragione che si dispiegherà lungo tutto il corso della trattazione. E l’opposizione anche tra chi non vuole ascoltare e chi accetta di ascoltare. Questo punto della disposizione all’ascolto è fondamentale e ritorna in un altro snodo fondamentale della Repubblica, alla fine del IV libro. Ancora una volta, la particolare struttura data all’opera ci viene incontro per una comprensione più profonda. Cerchiamo, dunque, di evidenziare quest’altro punto.
Abbiamo già detto che il primo libro e la prima parte del secondo pongono le domande fondamentali; dalla metà del secondo libro alla fine del quarto si dispiega la risposta di Socrate, la quale però su alcuni punti è molto elusiva, soprattutto sul ruolo della donna, sull’educazione dei bambini, ma anche sull’educazione della classe superiore, perché ci si rende conto che la classe dei reggitori, che si è staccata da quella dei guerrieri ha qualcosa in più che l’educazione ginnico-musicale non basta a dare;
Socrate vorrebbe trattare delle degenerazioni dello stato e dell’anima, delle città ingiuste, delle degenerazioni dal modello giusto. Ma è incalzato indirettamente da Polemarco che chiede a Glaucone di chiedere a Socrate: e le donne? Socrate aveva accennato al fatto che nella città giusta le donne e i bambini sono in comune. Adesso gli viene chiesto di approfondire questi aspetti. Gli arrivano addosso quelle che lui stesso chiama tre ondate, sintetizzabili nelle seguenti domande:
1) la donna è pari all’uomo o inferiore?
2) che vuol dire che le donne e i bambini devono essere in comune?
3) questa città giusta è realizzabile?
Ancora una volta Socrate è come Odisseo, sbattuto da questi flutti, deve riprendere la navigazione: il suo viaggio all’interno dell’anima dell’uomo non si è concluso così agevolmente come sperava. Occorre andare più in profondità. E occorreranno ben tre libri il 5, il 6 e il 7 per rispondere esaurientemente e riprendere poi la trattazione dei modelli ingiusti di città e di anima che Socrate voleva già affrontare alla fine del 4° libro.
Alcuni critici ritengono che si tratti di un espediente letterario per collegare parti dell’opera diverse, maturate in distinte epoche e poi assemblate. A me pare che queste interpretazioni perdano di vista proprio un carattere tipico del filosofare platonico: la sua inesauribilità... perché se Platone ha combattuto contro il soggettivismo volgare dei sofisti, non ha mai avuto la pretesa di spacciare una verità oggettiva preconfezionata, ma fedele in questo agli insegnamenti di Eraclito, ritiene che l’anima dell’uomo sia senza limiti e non si può mai percorrere tutta, per cui la ricerca non può mai avere fine, anche se, però, attenzione, ha una precisa direzione, il Bene, il sole che orienta nella ricerca della verità. Perciò non ci si può mai accontentare di un certo grado di verità, occorre investigare ancora e approssimarsi ancora, se così si può dire, e non stancarsi mai di anelare alla verità. Per questo il procedere di Platonico dentro quest’opera, ma in tutta la sua filosofia, è veramente ad ondate, ma non ripetitive, ondate che portano ogni volta cofigurazioni nuove del pensiero, ma tutte orientate a una migliore comprensione della verità.
Per rispondere a queste domande e in particolare alla terza, occorre riaprire il discorso e rimettere molte cose in discussione, soprattutto approfondire concetti filosofici.
Socrate sa che il discorso può divenire molto lungo e si chiede se sia ragionevole impiegare tutto questo tempo nella discussione. Interviene nuovamente Trasimaco. Confesso che, in letture precedenti dell’opera, forse troppo affrettate, avevo liquidato Trasimaco alla fine del primo libro. Invece Trasimaco è sempre presente, non se n’è andato, è rimasto ad ascoltare silente... vuol dire che è stato ammansito: il logos Socratico, nel suo intreccio di domande e risposte ha ammansito perfino Trasimaco, che per un attimo riprende la parola, con la sua solita foga, non però per attaccare. E’ che lui si è appassionato ai profondi ragionamenti e non vuole perdere l’occasione e dice ad un Socrate che si chiede se non sarà un fastidio continuare ad ascoltarlo:
“Che vai dicendo! Credi forse che costoro siano venuti fin qui per colare oro, invece che per sentire ragionare?” (450B).
A un Socrate ancora un po’ restio e che si chiede se non ci sia un limite pure nell’ascolto di simili discorsi è Glaucone a dare una risposta esemplare che vale per sempre:
μέτρον δέ τοιούτων λόγων ἀκούειν ὅλος ὁ βίος νοῦν ἔχουσιν.
“Métron dé toioùton lògon acoùein òlos o bìos noûn ékousin”
“Per uno che ha senno il limite per ascoltare questi discorsi è la vita intera”.
Socrate è stato un mago della ragione, un incantatore, così come viene descritto nel Simposio da Alcibiade, un suonatore di flauto che incanta... ha completamente capovolto la situazione a suo vantaggio. Polemarco all’inizio aveva detto che non l’avrebbero ascoltato, adesso Trasimaco è stato completamente ammansito, pur senza perdere il suo piglio, e vuole che Socrate continui il discorso. Addirittura Glaucone si rende disponibile ad un ascolto che duri una vita intera.
Questo punto è molto importante e ci rimanda all’Apologia di Socrate, dove Socrate, più volte, di fronte all’assemblea che lo deve giudicare si lamenta del fatto di avere poco tempo, se avesse più tempo e potesse parlare ad uno ad uno a tutti gli ateniesi che lo devono giudicare li convincerebbe.
Allora, questo vuol dire che la ragione è veramente vincitrice, ma ha bisogno di tempo per dispiegarsi; la forza esplode nella sua violenza immediata, ma la ragione, se ha tempo può piegare la forza e indirizzarla verso il bene.
Per questo Platone fa continuare a vivere Socrate nei suoi dialoghi, gli dà quel tempo che la violenza brutale di Atene gli ha sottratto; per altri due millenni e mezzo, attraverso le opere di Platone, Socrate continua il suo ragionare con gli uomini per convincerli che la ragione, il logos viene prima della forza bia, che bia senza logos sarebbe solo chaos, che invece il logos, unito a bios, dà il kosmos e che tutta la natura parla di questa unione tra la ragione e la forza e che l’uomo è un unicum nella natura perché, dotato di libertà, deve scegliere liberamente questa unione di ragione e forza, senza cadere nei due opposti di una violenza senza ragione e di una ragione astratta e disincarnata (impolitica, apolitica...). Questo, forse, in estrema sintesi, è tutto il messaggio della filosofia platonica. Che è incardinato intorno al concetto di libertà come scelta volontaria dell’ordine. Ma di questo parleremo più avanti in un prossimo incontro. Mi serve solo dire che Platone è il vero filosofo della libertà, altro che totalitarismo. Addirittura Platone nel X libro è arrivato a costruire un mito, un racconto, che sovverte tutta la “mitologia” greca, schiava del fato, del destino, del capriccio degli dèi. In questo mito le anime umane, nell’aldilà “scelgono” liberamente in che tipo di vita vogliono reincarnarsi. La libertà di Platone è incardinata metafisicamente: il destino è tutto nelle mani dell’uomo.
A questo punto possiamo tornare alle tre domande fondamentali che hanno “riaperto” l’opera, o meglio, andiamo alle risposte di Platone. E ci accorgiamo che si tratta di risposte rivoluzionarie.
Sulle donne Platone dice qualcosa di assolutamente inconcepibile per la civiltà antica, partendo da una considerazione “etologica” quasi banale, buttata tra le righe, ma che spiega con molta semplicità come il confinamento della donna a un ruolo subalterno e sottomesso sia una forma di aberrazione della società che non può essere ammessa nelle classi sociali “filosofiche”. La considerazione etologica è presa da quei cani a cui Platone paragona i guerrieri. Ora nei cani, le cagne fanno pure la guardia e vanno pure a caccia. Quindi?
La differenza tra uomo e donna è infividuata da Platone nel fatto che la donna partorisce, l’uomo la feconda. Tutto qui. Per il resto sono uguali... solo l’uomo è più robusto. La differenza è di quantità non di qualità.
Leggiamo dei passi:
Repubblica V, 451C-452A; 455A-456C
"Ora", osservai, "bisogna riprendere un argomento che forse allora bisognava esporre con ordine. Ma forse può andar bene che dopo aver esaurito la rappresentazione degli uomini io metta in scena le donne, tanto più che tu mi inviti a farlo. Per uomini forniti di una natura e un'educazione simile a quella che abbiamo descritto, a mio giudizio non c'è altro modo di avere e trattare correttamente donne e figli se non procedere per quella via che abbiamo imboccato sin dall'inizio, quando nel nostro discorso abbiamo tentato di rendere i cittadini simili ai guardiani di un gregge".
"Sì".
"Seguiamo quindi il nostro progetto, assegnando anche alle donne una nascita e un'educazione analoga, e vediamo se ci conviene o no".
"E come?", domandò.
"Così: pensiamo che le femmine dei cani da guardia debbano sorvegliare anch'esse ciò che sorvegliano i maschi, cacciare assieme a loro e fare tutto il resto in comune, oppure che esse debbano solamente custodire la casa, perché a causa del parto e dell'allevamento dei cuccioli non possono fare altro, mentre quelli faticano e hanno la cura completa del gregge?"
"Devono fare tutto in comune", rispose; "però tratteremo loro come più deboli, i maschi come più forti".
"è possibile", ripresi, "impiegare un animale per gli stessi scopi di un altro, se non lo nutri e non lo allevi allo stesso modo?"
"No, non è possibile".
"Quindi, se useremo le donne per gli stessi compiti degli uomini, bisogna impartire loro gli stessi insegnamenti".
"Sì".
"A quelli furono assegnate la musica e la ginnastica".
"Sì".
"Perciò anche alle donne occorre trasmettere queste due arti e l'arte della guerra, e bisogna trattarle allo stesso modo".
"è logico, da quello che dici", rispose.
"Forse però", osservai, "se questa teoria verrà messa in pratica, molte delle cose che ora stiamo dicendo potranno apparire ridicole...
<>"Pertanto, caro amico, nel governo della città non c'è alcuna occupazione propria della donna in quanto donna, né dell'uomo in quanto uomo, ma le inclinazioni sono ugualmente ripartite in entrambi, e per sua natura la donna partecipa di tutte le attività, così come l'uomo, pur essendo più debole dell'uomo in ognuna di esse".
"Senza dubbio".
"E allora assegneremo tutti i compiti agli uomini, e alle donne niente?"
"E perché mai?"
"Invece, credo, diremo che esistono donne portate per la medicina e altre no, donne inclini per natura alla musica e altre no".
"Certo".
"E non esistono donne portate per la ginnastica o per la guerra, e altre che sono imbelli e non amano la ginnastica?"
"Credo di sì".
"E non ci sono donne che amano la sapienza e altre che la odiano? Donne coraggiose e donne vili?"
"Anche questo".
"Quindi ci sono anche donne guardiane e altre no. Non abbiamo scelto con questo criterio anche la natura dei guardiani maschi?"
"Proprio così".
"Dunque nella difesa della città la natura della donne e dell'uomo è la stessa, solo che una è più debole, l'altra è più forte".
"Pare di sì".
"Bisogna quindi scegliere donne fornite di tali qualità perché abitino con uomini tali e li affianchino nella funzione di guardiani, dato che sono all'altezza di questo compito e hanno una natura affine alla loro".
"Certamente".
"E alle nature uguali non bisogna assegnare mansioni uguali?"
"Sì, uguali".
"Dopo tutto questo giro torniamo dunque al punto di partenza e conveniamo che non è contro natura assegnare alle donne dei guardiani la musica e la ginnastica".
"Senza dubbio".
"Allora le leggi che abbiamo fissato non sono impossibili da realizzare né simili a pii desideri, se davvero la nostra legislazione è conforme alla natura; piuttosto vanno contro natura, a quanto pare, le disposizioni vigenti contrarie alle nostre!".
"Pare".
La seconda ondata è ancora più violenta: che cosa si intende per comunione delle donne e dei figli? E’ innanzitutto importante comprendere che il fine di Platone è stroncare il familismo. I custodi devono essere inflessibili nella selezione dei migliori, per cui un legame affettivo troppo stretto rischia di generare quella corruzione che deve essere in tutti i modi evitata. Se i giovani sono tutti figli nostri, civilmente e spiritualmente, ma se per nessuno di essi siamo in grado di riconoscere paternità e maternità biologica, allora non saremo portati a fare favoritismi e a rispecchiarci solo pazialmente nei nostri nati.
Spezzare i legami di sangue delle singole famiglie per costruire un legame ideale più ampio. Per questo le donne devono essere in comune e per questo appena partoriti i bambini vengono sottratti alle madri e allevati in comune da balie di stato, poi educati da educatori maschi e femmine nella repubblica. Ora, a prescindere dai risvolti del dettato platonico, che proprio in questo caso hanno attirato le critiche di totalitarismo, insensibilità, eugenetica ecc. vorrei sottolineare che le proposte di Platone sono poi in altre forme adottate dalle società moderne avanzate: guardo al mondo scandinavo con parità uomo-donna, sostanziale allentamento del vincolo matrimoniale, figli presto sottratti alle famiglie e educati pubblicamente dallo stato, concorsi pubblici dove si è tutti uguali e si viene scelti in base alle capacità e non al blasone familiare. Quindi pare essere una cosa “ottimale” oltre che “realizzabile”.
In forma meno compiuta, ma poi è quello che si cerca di fare nelle istituzioni pubbliche quando si cerca di essere onesti, di non favorire il figlio di Tizio o di Caio, o il proprio. Nell’esperienza del docente di Stato (non nella scuola privata), un docente serio vede negli studenti tutti propri figli, ma non fa nessuna particolarità. Paragoniamo questa verità elementare a quella che è la legislazione sulla scuola in Italia in questi ultimi anni che vira verso la privatizzazione e la retorica sull’importanza del ruolo della famiglia e capiremo, ancora una volta, che viviamo in una società “antiplatonica”, che è antiplatonica per mancanza di riflessione filosofica.
Questo secondo il mio punto di vista è il senso della proposta platonica ed è un senso molto sensato, che mette al primo posto il bene comune, anziché sentimentalismi, familismi, particolarismi che sono visioni parziali e distorte della realtà, con grave danno dell’individuo stesso, che non può emergere con tutta la sua libertà. Occorrerebbe comprendere fino in fondo quanto un vincolo familiare soprattutto soffocante, quanto l’ottenere posti e posizioni attraverso favori, uccida la vera libertà dell’individuo, lo corrompa irrimediabilmente, lo renda vittima di una forza, che esiste, che è la forza del sangue, del clan, del gruppo di potere, ma che andrebbe sempre piegata ad una ragione più profonda e più giusta.
Su Platone, come filosofo dell’individuo, vorrei leggere un breve brano da un’operetta giovanile di Giorgio Colli, il filosofo e filologo, curatore dell’edizione critica delle opere di Nietzsche, che si intitola Platone politico: è un’opera ricavata dalla sua tesi di laurea, siamo nel 1937, è molto influenzata dal clima neoidealistico dell’epoca, però coglie, secondo il mio parere, un punto centrale del filosofare platonico, che è stato spesso oscurato da altre interpretazioni:
<>“Si noti anche come questo comunismo, che sembra apparentemente tendere a stroncare completamente l’individualismo, non sia altro per Platone che il necessario processo di purificazione e di formazione del vero individuo, poiché allontanando dall’uomo gli elementi che, come la proprietà o la famiglia, alimentano la sua parte empirica e contingente, a torto secondo lui ricevente il nome di individualità, si viene a liberare la vera essenza individuale dell’anima, che si mantiene uguale a se stessa nella vita immortale. La comunità toglie quindi all’uomo il suo falso individualismo per dargli quello vero; la proprietà peculiare dell’éros in quanto fondatore ed educatore della comunità consiste quindi nel far entrare l’uomo in possesso della sua piena individualità, il che equivale a renderlo cosciente della sua posizione e del suo compito nell’universo, a
dargli la sua virtù che, in quanto emana direttamente dalla comunità, è al tempo stesso virtù dello Stato” (G. Colli, Platone politico, Adelphi, pp. 90-91)
L’ultima ondata è la più violenta. Tutto ciò è realizzabile? Platone ha già fatto capire di sì, ma adesso deve spiegare come, concretamente. Arriva la parte più difficile. La risposta la anticipiamo perché è il senso di tutto il filosofare platonico e della stessa vita di Platone. E ancora una volta diamo direttamente la parola all’autore:
Repubblica V, 473C-474C
"Parla", mi invitò.
"Se nelle città", dissi, "i filosofi non diventeranno re o quelli che ora sono detti re e sovrani non praticheranno la filosofia in modo genuino e adeguato, e potere politico e filosofia non verranno a coincidere, con la necessaria esclusione di quelli che in gran numero ora si dedicano separatamente all'una o all'altra attività, le città non avranno tregua dai mali, Glaucone, e neppure, credo, il genere umano, e prima di quel momento non potrà mai mettere le radici nel mondo del possibile e vedere la luce del sole questa costituzione che ora abbiamo delineato teoricamente. (19) Ecco ciò che da tempo mi rende restio a parlare, vedere quanto le mie parole vadano a cozzare contro l'opinione comune; in effetti è difficile comprendere che nessun'altra città può essere felice, nella vita privata come in quella pubblica". E lui replicò: "Che parole, che discorso ci hai scagliato addosso, Socrate! E per il solo fatto di aver parlato, sta' sicuro che ora moltissimi, e non i più vili, gettate qui su due piedi le vesti, imbracceranno nudi la prima arma che a ciascuno capita a tiro e correranno a tutta forza contro di te per combinartene delle belle! E se non li terrai a bada con il tuo discorso e non riuscirai a fuggirli, te la faranno davvero pagare con il loro dileggio".
"E la colpa di ciò che mi accade", dissi, "non è forse la tua?"
"E ho ragione a farlo", rispose. "Ma non ti tradirò, anzi ti difenderò con i mezzi che ho a disposizione, cioè con l'affetto e con l'incoraggiamento, e forse potrò darti risposte più appropriate di un altro. Contando su questo aiuto, cerca di dimostrare agli increduli che le cose stanno come dici tu".
"Devo provarci, dato che anche tu mi offri un'alleanza così grande. Perciò mi sembra necessario, se mai dobbiamo scampare alle persone di cui parli, spiegare loro chi intendiamo per filosofi quando osiamo dire che devono governare; così, una volta chiarito questo punto, potremo difenderci mostrando che agli uni spetta per natura di dedicarsi alla filosofia e governare la città, agli altri di non praticare la filosofia e seguire chi li guida".
La città bellissima si realizzerà con l’unione di ragione e forza, con la subordinazione della forza alla ragione. Dove la forza è subordinata alla ragione si crea l’ordine, dove la forza si dispiega senza ragione essa distrugge. Nel mondo umano non può esservi perfetta razionalità, ma gli amanti della sapienza, che tendono continuamente ad essa e che la cercano instancabilmente sono gli unici che regnando possono alleviare i mali dell’uomo. Chi sono i filosofi e come si “crea” un filosofo sarà il tema di un prossimo incontro.
Nella discussione si è dibattuto a lungo sulla radicalità delle proposte platoniche e sul confronto con le dinamiche della nostra attuale società. Molto divergenti i punti di vista su temi che toccano gli affetti, i modi di vivere più comuni, le sensibilità.
Platone ha una idea di individuo la cui libertà è in funzione di qualcosa e non è una libertà di fare semplicemente quello che vuole.
Questo livello della libertà vincolata a qualcosa se noi non abbiamo un quadro di tipo ontologico, se noi non abbiamo una visione metafisica, o se non abbiamo una idea totale della realtà non lo accettiamo.
Preferiamo rimanere con una libertà vuota e con l’incertezza delle nostre opinioni, piuttosto che accettare che il senso della nostra vita possa essere qualcosa come un destino ed un compito.
Il secolo della rovina delle ideologie ci ha inoculato la sfiducia e lo scetticismo verso chiunque ci proponga valori per cui vivere, al di là del nostro interesse immediato e idivisualistico.
Forse però noi oggi stiamo andando in una direzione che estremizza il lato individualistico-empirico.
E io leggo questo non tanto nel fatto che ci interessiamo a stare bene, a procurarci il benessere e le comodità e le facilitazione tecnologiche, perché questo è normale, sino ad un certo livello, ed è anche un grande stimolo per il progresso, dico l’allargamento delle cose utili che sappiamo ritrovare.
Secondo me il lato individualistico-empirico si estremizza quando si comincia a dire: del senso e del valore delle cose non si può parlare in universale. c’è il senso cristiano, il senso islamico, il senso liberista, ecc. ecc. cioè quando si comincia a pensare all’identità culturale (etnica?) come un dato ultimo oltre il quale c’è l’arbitrio. Ognuno si difende il suo modo di vedere, la sua opinione. Il risultato sono le verità e non la verità. Platone è radicale perché crede che esista la Verità. Una.
In questo senso, quando Hegel disse all’inizio della logica che un popolo senza metafisica è un popolo che manca del tempio della ragione, secondo me intendeva proprio questo. Un popolo che crede che la sua identità non passi attraverso l’universalità e le defferenze, ma che possa essere qualcosa come una credenza pragmatica in opposizione ad altre e che le altre può al massimo tollerare.
E’ l’individualismo della cultura, l’assenza di filosofia, il precipitare nello specialismo. Un individuo capace di relativizzare la propria cultura per cogliere l’universale nelle culture altre, un individuo de-familizzato, è comunque un individuo con una componente spirituale dominante rispetto alla componente empirica.
Ad un individuo di tale genere si rivolgeva Platone col suo stato.