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filosofia

03 Mag 2009 - 16:15:12
Corso di filosofia su La Repubblica di Platone. Resoconto del quarto incontro
Il 1° incontro si è incentrato sulla concezione generale del platonismo; nel 2° è stato affrontato il tema dell’ingiustizia e la domanda fondamentale perché la giustizia è da preferire all’ingiustizia; il 3° incontro ha visto la nascita della città. Questo 4° incontro sarà di natura psico-pedagogica: si vedrà qual è l’educazione tipica della classe dei guardiani, qual è la loro dieta e la loro medicina. Infine, si rifletterà sul parallelismo tra l’anima individuale e l’anima collettiva, tra l’individuo e la pòlis.

Un tema fondamentale, ne abbiamo già parlato, per la comprensione dell’uomo in Platone, ma in ogni filosofo, è quello del significato che si assegna alla morte individuale. Un altro tema molto importante, e al primo connesso, è il rapporto individuo-specie. Il rapporto tra l’individuo e la specie, coinvolge il rapporto tra l’adulto (l’individuo che ha raggiunto la maturità specifica) e il bambino (l’individuo che non ha ancora raggiunto la maturità e non è in grado di riprodurre un altro individuo). In ogni specie animale superiore, dove ci sia una riproduzione sessuata, nella riproduzione vi è una sorta di caduta. La specie ricomincia daccapo il suo percorso, dando vita ad individui deboli, che via via grazie alla protezione, alle cure degli individui adulti sono a loro volta in grado di divenire autonomi e di dare vita ad altri individui.

Nell’uomo questo processo naturale è molto più evidente che in altre specie e si lega con la necessità di trasmettere non solo l’eredità biologica e la capacità di stare “fisicamente” al mondo, ma anche con la necessità di trasmettere la civiltà, di rendere i nuovi nati contemporanei con il proprio mondo. Per questo nella specie umana i tempi necessari affinché un individuo si emancipi dalla generazione precedente sono molto lunghi e accanto ad un addestramento sulle abilità specifiche della razza umana quali il camminare eretti, il manipolare, ecc. si innestano abilità specifiche della civiltà in cui l’individuo nasce: la lingua, la cultura, la tecnica della propria epoca ecc.

Ecco, perché debba avvenire così in natura, è un mistero su cui non si può non riflettere. Perché ogni volta si riparte quasi da zero? Non potrebbero gli individui trasmettere automaticamente ad altri individui tutto il patrimonio di conoscenze di cui sono in possesso? Oppure non potrebbero gli individui rimanere in eterno? Perché devono morire? E in che senso la riproduzione sessuale è già in sé una piccola morte?

Nel ‘600 Cartesio individuava nel nascere piccoli, indifesi, senza l’uso della ragione e in balìa di balie ignoranti (si accetti il gioco di parole) la ragione di tanti problemi: “Perché non abbiamo l’intero uso della ragione fin dalla nascita?” (Discorso sul metodo). Purtroppo, a causa di ciò, occorrerà liberarsi da adulti dei pregiudizi infantili, uscire dal mondo mitico dell’infanzia e approdare a un mondo razionale, emancipato dagli inganni che a nostra insaputa e a nostro danno sono stati perpetrati. Addirittura, ancora oggi, nonostante questa prospettiva sia un po’ in decadenza, c’è chi sostiene che i bambini dovrebbero essere totalmente sottratti ad un insegnamento di tipo religioso, mitologico e fiabesco ed educati attraverso discorsi scientifici fin dalla più tenera infanzia. Questa prospettiva è tipica di un pensiero sofistico, illuminista, che isola l’individuo, perché è incapace di abbracciare il tutto e si concentra solo sulla parte. In questa prospettiva, l’unica vita degna di essere vissuta è quella dell’autonomia soggettiva, calcolatrice, libera, cosciente e consapevole, di un io solo, separato da tutti e da tutto, di fatto chiuso in una sua astratta individualità, che poi si converte in incomunicabilità, isolamento, perversione, soggettivismo narcisistico, ecc. Tutti mali tipici dell’era sofistica, di buona parte della modernità e della cosiddetta post-modernità.

E’ importante sottolineare che Platone colse fino in fondo i limiti pericolosi di questa prospettiva individualistica e, pur salvaguardando le conquiste del pensiero sofistico e socratico che fa perno sull’individuo, scoprendo la coscienza, l’autonomia soggettiva, il punto di vista individuale, volle integrarle con una visione dell’individuo ancorata a quella che è la realtà, ovvero il perenne innestarsi dell’individuo nella natura e nella storia.

L’individuo in Platone è il punto di intersezione tra lo spazio e il tempo: il suo corpo può essere visto da un lato come un punto che assume una particolare configurazione nella totalità cosmica, dall’altra come il fronte “temporale” di una storia cosmica. Quando vedi un individuo, se vuoi comprenderlo devi comprendere tutta la natura, e quando vedi un individuo, se vuoi comprenderlo devi comprendere tutta la storia. Tutta l’opera platonica può essere letta anche come un tentativo di comprendere quell’individuo straordinario che fu Socrate, cercando di ricostruire attorno a questo perno tutta la natura, tutta la storia in un quadro che si allarga sempre più dal dato sensibile, parziale, frammentario, soggettivo, fino al contesto intellegibile, totale e complessivo entro cui solo può essere spiegato.

L’individuo, insomma è solo l’occasione per poter ritornare al Tutto e l’individuo è il mistero della “caduta”. La realtà, l’idea, l’essere, cade e si frammenta. Perché questo avvenga resta avvolto nel mistero, un mistero che Platone cercherà di illuminare attraverso dei racconti mitici che in sostanza dicono che per esserci la “libertà”, allora fu necessario che la realtà si frammentasse in individualità. E, dunque, la libertà, ad onta di tutte le interpretazioni “totalitarie” di Platone, è uno dei motori del filosofare platonico. La realtà cade perché occorre fare posto alla libertà. In Platone, addirittura, sono le singole anime che scelgono liberamente il proprio “destino” (questi racconti mitici sono presenti ad esempio nel X libro della Repubblica)

Ma una libertà non educata, si frammenta e si disperde sempre di più, allontanandosi progressivamente dal principio vero, stabile, buono e bello che è l’origine e il vincolo di ogni cosa libera.

Se, dunque, il soggetto è lasciato libero, si disperderà e si annienterà nell’insensatezza. La libertà che consiste in una “caduta” necessaria perché possa esserci la stessa libertà, deve essere libertà di tornare all’ordine. Per questo l’educazione deve iniziare il prima possibile e gli adulti che hanno scoperto l’ordine devono riportare subito la libertà del nuovo nato all’ordine originario, ma senza annientare la libertà stessa. In Platone la vita è un gioco dialettico tra libertà e ordine, in una visione ciclica di epoche in cui l’uomo mette la propria libertà in asse con l’ordine ed epoche in cui smarrisce il proprio orientamento.

L’educazione, dunque, deve iniziare il prima possibile. Nelle Leggi Platone dice che l’educazione deve iniziare quando ancora il bambino è nel grembo: occorre che la madre faccia un certo tipo di movimenti per dare ritmo e ordine al bambino che ha in grembo (Leggi Libro VII, all’inizio). Lo stesso concepimento deve essere regolato, come si dice nel Libro V della Repubblica, deve essere scelto il periodo più adatto e le coppie migliori.

I racconti cui i bambini vengono sottoposti fin dalla prima infanzia devono essere selezionati: occorre instillare l’idea che il mondo è bello, che il dio ha fatto le cose bene, ha fatto il bene e non il male; che le divinità non sono in lotta tra di loro.

Come abbiamo già visto nella narrazione sul mito fondativo, Platone ha in mente che la nuova generazione debba essere accolta dentro una trama di narrazioni coerenti che diano senso alla vita. In particolare, le narrazioni di cui parla nel libro III devono infondere ottimismo, coraggio, amore per la vita. Egli si preoccupa anche di stabilire i ritmi e i caratteri della narrazione in una accurata distinzione di generi letterari e musicali che a noi può risultare difficile da comprendere e fin troppo minuziosa.

Ma il messaggio è chiaro: sono migliori i racconti “mediati” da un narratore, dove non vi sia imitazione diretta dei personaggi, delle divinità ecc. Questo perché l’imitazione sembra riprodurre una realtà fittizia che può essere scambiata per la vera realtà, mentre nei discorsi narrati, il soggetto che narra, che è la realtà vera, è sempre in piena evidenza e non c’è inganno: il bambino percepisce in primo piano l’adulto che si preoccupa di lui narrandogli qualcosa e in secondo piano la realtà narrata; nell’imitazione, invece, ciò che emerge è la realtà fittizia, che può apparire più vera della stessa realtà.

Ovviamente, noi facciamo tutto al contrario, esponendo i bambini in tenerissima età a visioni di realtà fittizie, ma che vengono scambiate per reali dagli ingenui spettatori, oscurando totalmente la verà realtà circostante; anche chi sta producendo quel cartone animato, quel film, resta sempre all’oscuro, non si indagano le sue vere finalità.

Nell’educazione Platone appare quasi determinista: un’educazione buona produce individui “buoni”, “sani”, “coraggiosi”, “autonomi”, “ottimisti”. In effetti, occorre comprendere che nella società Platonica tutto concorre ad educare il soggetto. Non ci sono stimoli diseducativi; tutta la classe superiore è impegnata in uno sforzo di “autoconservazione” per mantenere elevato il proprio rango. Se Platone è determinista e magari gli si potrebbe rinfacciare che in questo modo rischia di negare la libertà, la libertà dell’individuo di perdersi, nonostante abbia ricevuto la migliore educazione possibile, c’è da dire che noi, invece, siamo “miracolisti”, cioè siamo convinti che se i nostri figli sono esposti continuamente a spot pubblicitari che mirano a farne dei consumatori precoci, a stimolare bisogni superflui o nocivi, a stimolarli precocemente dal punto di vista sessuale, se sono esposti a immagini che mirano a terrorizzarli con scene spaventose, a renderli succubi di paure e fobie, a instillare l’idea che tutti sono malvagi; se sono esposti nell’arco di qualche anno alla visione di decine di migliaia di omicidi, ferimenti, scene di sangue ecc.; se possono avere accesso a videogiochi violenti fino all’aberrazione; se viene lasciata loro la libertà di non studiare, di non imparare nulla; oppure se li si parcheggia in scuole scadenti con insegnanti scadenti, senza minimamente curarsi di ciò, senza protestare, senza cercare un’alternativa; se gli si consente di assistere alle liti continue dei genitori, l’un contro l’altro armati, alle loro scenate, infine alla loro separazione... ecco, se i piccoli che ci sono stati affidati da una catena interminabile di generazioni cosmiche e dal mistero della natura sono sottoposti a tutto questo e altro, poi per “miracolo” dovrebbero venirne fuori soggetti “equilibrati”, “sani”, “liberi”, “autonomi”, “ottimisti” ecc. Oddio, ogni tanto capita pure questo, però...

La trascuratezza nell’educazione è propria di gruppi sociali che non hanno un’elevata stima di sé e del proprio ruolo, che si lasciano vivere, che sono schiavi e determinati da altri. Educare con rigore, forza, è proprio di gruppi sociali consapevoli di sé, che vogliono avere in mano il proprio destino, che non si lasciano vivere. Per inciso, l’idealismo è un’altra corrente filosofica all’interno della quale l’educazione coincide con la libertà, l’autodeterminazione. Anche nella visione platonica, l’educazione è propria delle classi più elevate. Nella classe dei produttori non importa l’educazione: è importante imparare a produrre qualcosa e a non essere troppo sfrenati.

La musica, comprendente quella che oggi chiameremmo letteratura, teatro, e che oggi includerebbe anche ovviamente cinema e televisione, internet è la prima colonna dell’educazione, quella sorregge l’anima. Non meno importante è l’educazione del corpo che incide sul corpo, ma anche sull’anima, così come l’educazione dell’anima incide anche sul corpo. L’educazione del corpo si ottiene attraverso una dieta semplice, ma varia, non sofisticata. Occorre rinunciare alla “pasticceria siracusana”; non è la dieta di un atleta, né di un uomo che vive in ozio: è la dieta di un soldato che deve essere sempre vigile, scattante, leggero. Accanto alla dieta, la ginnastica, fondamentale per preservare il corpo dalla malattia. Il preparatore atletico e dietologo ha un ruolo determinante, perché si prende cura di corpi sani, insegnando a mantenerli sani. Un ruolo secondario, ma comunque importante è quello del medico, che si prende cura di corpi malati per riportarli alla salute.

Le considerazioni che Platone svolge nel libro III a proposito della medicina sono molto inquietanti per noi moderni, ma devono essere inquadrate nella giusta prospettiva per essere comprese. Platone sostiene in sostanza che esistono due forma di medicina, una che fa capo ad Asclepio e che mira alla guarigione di un corpo; l’altra, nota ad Asclepio, ma da lui non diffusa, che mira a mantenere in vita il più a lungo possibile un corpo, anche se malato. Essa fa capo a Erodico, un preparatore atletico, poi ammalatosi che attraverso opportune cure prolungò il più a lungo possibile la sua esistenza, pur vivendo in una condizione più prossima alla morte che alla vita. Platone sostiene solo la prima forma di medicina e rigetta la seconda.

Siamo immediatamente portati a chiederci se la nostra medicina non sia troppo spesso simile alla seconda, e solo poche branche riescono a essere capaci di guarigioni. In Platone la seconda medicina è foriera di ingiustizie: in genere possono permettersela solo persone facoltose, che non hanno bisogno di lavorare, che possono permettersi lunghi periodi di convalescenza. Forse anche il nostro mondo occidentale può permettersi una certa medicina solo perché ha accumulato tanta ricchezza e può permettersi di tenere in vita anche con forme di accanimento persone che in altre epoche sarebbero state consegnate ad una morte certa e rapida. Il discorso di Platone non si fonda su una sorta di insensibilità per il destino individuale di persone malate, ma come sempre, antepone il tutto alla parte e sostiene che una società deve decidere con un calcolo razionale chi deve curare e sottoporre a cure mediche, chi invece non può essere curato, perché curandolo si mette a rischio la tenuta economica e la giustizia della società. E’ meglio che questo calcolo avvenga per legge e sia applicato politicamente, piuttosto che lasciarlo al libero gioco delle forze economiche come avviene nel nostro mondo, dove ad esempio persone ricche e facoltose possono disporre di buone cure e assistenza per malattie croniche invalidanti, mentre giovani che possono essere guariti rischiano di non avere la giusta assistenza o addirittura di morire sotto i ferri di medici incompetenti per problemi oggi “banali” quali un’appendicite. Per non parlare di persone sane che si vedono costrette o indotte a vendere organi sani che poi finiscono attraverso il commercio a facoltosi “anziani” occidentali. E’ di qualche settimana fa la notizia che Singapore ha legalizzato il commercio di organi. Ecco, forse se confrontiamo il discorso platonico con le storture del nostro sistema medico, allora le sue parole non sono poi così assurde come potrebbero apparire ad una lettura superficiale.

Leggiamo il passo:

Repubblica, III, 405D- 408C

"E ricorrere alla medicina", continuai, "non solo per ferite o per certe malattie che si ripetono ogni anno, ma anche perché, a causa della pigrizia e del regime di vita che abbiamo descritto, ci si riempie di umori e vapori come le paludi, e costringere i dotti Asclepiadi a dare alle malattie i nomi di flatulenze e catarri, non ti sembra vergognoso?".
"E come!", rispose, "Questi nomi di malattie sono davvero nuovi e strani".
"Ma non esistevano", dissi, "al tempo di Asclepio, credo! […] “la medicina d'oggi, educatrice delle malattie, a quanto dicono non era praticata dagli Asclepiadi prima che nascesse Erodico. Questi era un allenatore che, ammalatosi, mescolò la ginnastica alla medicina e dapprima tormentò soprattutto se stesso, in seguito molti altri".
"In che modo?", chiese.
"Prolungando la propria morte", risposi. "Benché seguisse attentamente il decorso della sua malattia mortale non riuscì, credo, a guarirne, ma passò la vita a curarsi mettendo da parte ogni altro interesse e tormentandosi per ogni minima trasgressione al suo consueto regime, e grazie alla sua abilità giunse mezzo morto alla vecchiaia".
"Ha riportato davvero un bel premio per la sua arte!", esclamò.
"Quello che si addice", ripresi, "a chi ignora che Asclepio non rivelò ai suoi discendenti questo aspetto della medicina non per ignoranza o per inesperienza, ma perché sapeva che in ogni città governata con buone leggi a ciascuno è assegnato un compito da eseguire, e nessuno ha tempo libero per stare malato e curarsi tutta una vita. Ed è ridicolo che noi facciamo caso a questo comportamento negli artigiani, ma non lo avvertiamo in quelli che danno l'impressione di essere ricchi e felici".
"In che senso? ", domandò.
"Un falegname", spiegai, "quando si ammala, chiede al medico di dargli una pozione per vomitare fuori la malattia, oppure di guarirlo con una purga o con una cauterizzazione o con un'incisione; se però gli viene prescritta una cura lunga, che prevede berretti di lana in testa e cose del genere, dice subito che non ha tempo per essere malato e non gli serve vivere badando alla sua malattia e trascurando il lavoro che lo attende. Dopo di che manda tanti saluti a un medico simile e ritorna al regime di vita consueto, riacquista la salute e vive praticando il suo mestiere; se invece il suo corpo non è in grado di reggere, si libera dei suoi affanni con la morte".
"A un uomo del genere" disse, "sembra proprio confacente questo utilizzo della medicina".
"Ma non è forse perché aveva un lavoro da svolgere, e se non lo avesse fatto non gli sarebbe servito continuare a vivere?".
"E’ evidente", rispose.
"Mentre il ricco, diciamo, non ha per le mani un lavoro tale, che non gli consente di vivere se è costretto a starne lontano?".
"Così almeno si dice".
"Allora", proseguii, "non ascolti le parole di Focilide: quando si ha di che vivere, si deve esercitare la virtù". "Bisogna farlo anche prima, penso", osservò.
"Non stiamo a contendere con lui su questo punto", ripresi, "ma chiariamo a noi stessi se il ricco deve praticare la virtù e non può vivere qualora non la pratichi, o se la cura delle malattie impedisce di attendere all'arte del falegname e alle altre arti, ma non di seguire l'ammonimento di Focilide".
"Sì, per Zeus!", esclamò.
"E di solito l'ostacolo maggiore è questa cura superflua del corpo che va ben oltre la ginnastica: infatti è incompatibile con l'amministrazione della casa, la vita militare e le cariche sedentarie all'interno della città. Ma la cosa più grave è che essa ostacola qualsiasi studio, riflessione e meditazione interiore, poiché è sempre in allarme per mal di testa e vertigini e giudica la filosofia responsabile del loro manifestarsi; pertanto è d'impaccio ovunque si pratichi e si tenga in pregio la virtù, dal momento che induce a credere di stare sempre male e a non smettere mai di lamentarsi della propria condizione fisica".
"E’ naturale", disse.
"Dobbiamo quindi affermare che anche Asclepio, ben consapevole di ciò, insegnò la medicina a coloro che per natura e regime di vita godevano di buona costituzione fisica ed erano malati in una sola parte del corpo, e pur scacciando le malattie con farmaci e incisioni prescrisse loro la consueta regola di vita per non arrecare danno alla società; ma per quanto riguarda i corpi affetti da malattie profonde e diffuse, non tentò di curarli con regimi di graduale evacuazione e infusione, rendendo l'esistenza di un uomo lunga e penosa e facendogli generare figli, com'è ovvio, tali e quali a lui, ma ritenne di non dover curare chi non riuscisse a vivere per il tempo stabilito, in quanto inutile a se stesso e alla città?".
"Tu", disse, "fai di Asclepio un uomo politico!".
"E’ chiaro", risposi. "Ed essendo tale, non vedi che anche i suoi figli a Troia si rivelarono valorosi in guerra e fecero della medicina l'uso che dico io? Non ricordi che anche a Menelao, dalla ferita inferta da Paride, succhiarono il sangue e leni farmaci sparsero sopra, ma non prescrissero a lui più che a Euripilo cosa dovesse mangiare o bere in seguito, poiché quei farmaci potevano guarire uomini che prima di essere feriti erano sani e avevano un regime di vita ordinato, anche se qualche volta toccava loro bere il ciceone; viceversa ritenevano che la vita di persone malaticce e sregolate non fosse utile né a loro né agli altri, e che per costoro l'arte medica non dovesse esistere e non si dovesse curare neanche se fossero stati più ricchi di Mida".
"Li fai davvero accorti, i figli di Asclepio! ", esclamò.
"Ed è il caso di pensarlo", risposi, "sebbene i poeti tragici e Pindaro, in disaccordo con noi, asseriscano che Asclepio era figlio di Apollo, ma per denaro fu spinto a guarire un uomo ricco già moribondo e di conseguenza fu colpito dalla folgore. Noi però, in base a quanto detto prima, non crederemo a queste due loro affermazioni, ma sosterremo che se era figlio di un dio non era turpemente avido di guadagno, se invece era turpemente avido di guadagno non era figlio di un dio".
"Più che giusto", ammise.”

Costruita la città, affidata l’educazione e la salute della classe superiore ad un complesso sistema di educazione che comprende musica, ginnastica e medicina, torniamo all’anima per scoprire che la polis così costruita ha una perfetta corrispondenza con l’anima di un singolo individuo. La città è veramente un uomo “scritto in lettere ingrandite”. Ogni singola classe corrisponde ad una parte dell’anima individuale. La classe dei produttori corrisponde a quella parte dell’anima che desidera i piaceri e i comforts; è detta concupiscibile (Epithymetikon), è la parte bronzea (o di ferro) ed ha una corrispondenza somatica nel basso ventre; la classe dei guerrieri corrisponde a quella parte dell’anima che è animosa e che mira alla difesa dell’organismo dai pericoli e dagli attacchi; è detta irascibile (Thymoides), corrisponde con il cuore e il petto ed è argentea; la classe dei guardiani corrisponde a quella parte dell’anima che pensa alle decisioni che riguardano l’indirizzo di vita di tutta la città, calcola e decide per il bene, cercando di evitare il male; è detta razionale (Logistikon), è d’oro e si colloca nel cervello. Quando ogni parte svolge adeguatamente il proprio compito, quando la parte animosa e quella concupiscibile sono subordinate a quella razionale, allora ogni parte svolge il proprio ruolo, vi è dunque giustizia, l’individuo o la città sono giusti, sani, equilibrati.

A questo punto Socrate vorrebbe trattare delle città ingiuste, degenerazioni dal modello giusto. Ma è incalzato indirettamente da Polemarco che chiede a Glaucone di chiedere a Socrate: e le donne? Socrate aveva accennato al fatto che nella città giusta le donne e i bambini sono in comune. Adesso gli viene chiesto di approfondire questi aspetti. Gli arrivano addosso quelle che lui stesso chiama tre ondate, sintetizzabili nelle seguenti domande:

1) la donna è pari all’uomo?
2) che vuol dire che le donne e i bambini devono essere in comune?
3) questa città giusta è realizzabile?

Per rispondere a queste domande e in particolare alla terza, occorre riaprire il discorso e rimettere molte cose in discussione, soprattutto approfondire concetti filosofici. Occorreranno i libri V, V e VII per fronteggiare queste tre ondate. Socrate sa che il discorso può divenire molto lungo e si chiede se sia ragionevole impiegare tutto questo tempo nella discussione. Trasimaco che si era ammansito, riprende la parola per un attimo con la sua solita foga. Adesso è lui ad appassionarsi ai profondi ragionamenti e non vuole perdere l’occasione e dice ad un Socrate che si chiede se non sarà un fastidio continuare ad ascoltarlo: “Che vai dicendo! Credi forse che costoro siano venuti fin qui per colare oro, invece che per sentire ragionare?” (450B). A un Socrate ancora un po’ restio e che si chiede se non ci sia un limite pure nell’ascolto di simili discorsi è Glaucone a dare una risposta esemplare che vale per sempre: “Per uno che ha senno il limite per ascoltare questi discorsi è la vita intera”.

μτρον δ τοιοτων λγων κοεινλος βος νον χουσιν.

La discussione successiva all’esposizione si è incentrata soprattutto sulla questione della medicina con diversi interventi di segno opposto ma una sostanziale apertura per cercare di comprendere la posizione platonica.







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Commenti

Commento di: Ospite [ Visitatore ]
ki 6??
   01.08.09 @ 15:16:08

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